Ad oggi si sta assistendo a quella che viene spesso definita come una “terza guerra del Golfo”, le cui conseguenze risultano già chiaramente tangibili, oltre che sul piano umanitario, anche sull’economia globale. In particolare, il mercato petrolifero appare fortemente colpito a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi attraverso cui transita una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio. Questo scenario ha determinato un aumento dei prezzi del greggio e del gas naturale, con ripercussioni a catena sui mercati energetici internazionali.
Accanto a tali dinamiche, emerge però, un’ulteriore criticità, meno visibile ma altrettanto (se non più) rilevante: nel contesto dell’attuale conflitto si sta registrando una crescente pressione su un’altra risorsa essenziale: l’acqua potabile, la cui disponibilità nella regione del Golfo Persico risulta sempre più compromessa. L’analista ed esperto di materie prime, Javier Blas, riporta infatti come “l’acqua potrebbe diventare un fattore geopolitico in grado di decidere lo scontro tra gli Stati Uniti e l’Iran”.
A causa di un clima arido e di precipitazioni irregolari, i paesi del Golfo dispongono di risorse idriche limitate e fanno ampio affidamento sui processi di desalinizzazione, divenuti essenziali per colmare tale carenza. Ad oggi se ne contano circa 450 e, in alcuni casi, questi impianti coprono fino al 90% del fabbisogno di acqua potabile. Nel corso dei recenti attacchi militari, impianti di desalinizzazione in diversi paesi, tra cui il Bahrain, hanno subito danni significativi, compromettendo l’approvvigionamento idrico di numerosi villaggi. A differenza delle infrastrutture petrolifere, gli impianti di desalinizzazione, però, non possono essere facilmente sostituiti o riparati e un loro danneggiamento potrebbe portare a scenari estremi in cui i governi si troverebbero costretti a razionare l’acqua per intere popolazioni urbane.
L’Iran, pur essendo di per sé meno dipendente dagli impianti di desalinizzazione, si trova a fare i conti con una grave siccità che mette periodicamente sotto pressione il funzionamento del sistema idrico. Nella capitale, Teheran, la carenza d’acqua nelle ore notturne è diventata, infatti, in alcuni periodi una condizione ricorrente. “Acqua, elettricità, vita: il nostro diritto essenziale” era uno degli slogan più ricorrenti delle proteste che si sono verificate nel Paese nei primi mesi del 2026.
L’accesso all’acqua, sebbene costituisca uno dei diritti umani universali, sta diventando, quindi, sempre più incerto nella sua concreta applicazione. Secondo le stime, entro il 2030 circa 20 milioni di cittadini non avranno ancora accesso alla risorsa. Oltre alle limitazioni dovute a fattori geografici o infrastrutturali, i conflitti attuali stanno mostrando come l’acqua venga sempre più utilizzata come strumento strategico e militare: un diritto fondamentale che può essere manipolato per esercitare pressione politica o ottenere vantaggi tattici. Se il petrolio ha a lungo rappresentato il principale fattore di competizione nella regione del Golfo, oggi è anche la sicurezza idrica a definire nuove linee di vulnerabilità.
In questo contesto, la capacità degli Stati di assicurare un approvvigionamento stabile e sicuro, pertanto, non solo influirà sulla tenuta dei sistemi interni (e sulla possibilità di assicurare un diritto fondamentale alla propria popolazione), ma potrebbe anche rivelarsi un elemento decisivo nella prevenzione di ulteriori escalation regionali.