Se da un lato l’Occidente si mostra sempre più aperto verso la cultura cinese, il sentimento non appare altrettanto condiviso. Nei social media occidentali, in particolare, si sta assistendo al cosiddetto “Chinamaxxing”, una pratica diffusa soprattutto tra i giovani che consiste nell’adottare alcune abitudini di ispirazione orientale, come bere acqua calda al mattino o provare piatti della tradizione nei diversi quartieri di Chinatown. In Cina, però, i sondaggi dell’opinione pubblica suggeriscono un atteggiamento più freddo nei confronti della controparte occidentale.
In tre indagini distinte condotte tra il 2024 e il 2025 dal Carter Center, un think tank statunitense, sono state raccolte le opinioni di circa 6.500 cittadini cinesi in merito ad alcuni aspetti delle dinamiche internazionali. Queste sono state poi raccolte in uno studio, i cui risultati hanno evidenziato un’opinione pubblica complessivamente critica nei confronti dell’Occidente, in particolare rispetto al modus operandi dell’amministrazione Trump, la cui politica estera è percepita da molti come aggressiva. Allo stesso tempo, in un modo quasi paradossale, alla critica dell’aggressività statunitense si accompagna un crescente sostegno pubblico all’uso della forza nei confronti di Taiwan. Il consenso nei confronti dell’annessione è, infatti, aumentato dal 25% nel 2024 al quasi 50% nel 2025. Questi numeri si discosterebbero da quelli rilevati in passato: appena due anni fa oltre la metà dell’opinione pubblica cinese si dichiarava apertamente contraria all’uso della forza per l’unificazione.
Questo cambiamento nel sentimento generale potrebbe essere il risultato di una strategia promossa dall’amministrazione del presidente Xi Jinping, volta a favorire l’idea di una relazione tra pari. Tale impostazione mira a rafforzare la rappresentazione dei taiwanesi come “parte della famiglia”, alimentando al contempo una visione critica nei confronti di eventuali accordi militari tra Taiwan e Stati Uniti. In linea con questa dinamica, quasi tre quarti degli intervistati dal Carter Center, hanno espresso parole critiche nei confronti degli USA, etichettandoli come una “minaccia per la sicurezza nazionale”. In passato, al contrario, l’opinione pubblica considerava i buoni rapporti con Washington fondamentali per il successo economico di Pechino.
Per valutare criticamente i risultati di questi sondaggi, è tuttavia necessario considerare che questo sentimento popolare negativo nei confronti degli Stati Uniti non è condiviso in modo uniforme. Nonostante l’opinione pubblica cinese appaia complessivamente omogenea, anche in virtù delle narrazioni statali che contribuiscono a plasmarla, emergono differenze legate al reddito: i cittadini con livelli di reddito più elevati tendono infatti ad avere una visione più positiva di Washington e della cultura occidentale in generale.
Yawei Liu, uno degli autori dello studio, osserva, inoltre, come su alcune questioni l’opinione pubblica cinese tenda in realtà a discostarsi dalle narrazioni ufficiali dominanti. Pur sostenendo le relazioni commerciali con la Russia, circa il 44% dei cittadini si opporrebbe all’invio di truppe a sostegno della guerra in Ucraina, evidenziando un limite alla cosiddetta “partnership senza limiti” tra i due Paesi. Allo stesso modo, e in linea con il diffuso sentimento critico nei confronti dell’amministrazione statunitense, quasi la metà della popolazione intervistata si dichiarerebbe favorevole a rinunciare alle rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale, fortemente sostenute invece a livello governativo, in cambio di una riduzione della presenza militare statunitense in Asia.