Teheran di mantenere il Paese nella propria sfera d’influenza – è diventato sempre più precario dal 28 febbraio, quando i raid statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno trasformato l’Iraq in una prima linea del conflitto. Durante l’escalation, gli interessi statunitensi in Iraq sono stati oggetto di ripetuti attacchi da parte delle milizie affiliate alla Resistenza Islamica in Iraq (IRI), una coalizione di gruppi radicali legati alle PMF nata dopo il 7 ottobre 2023 per contrastare la presenza militare statunitense nel Paese.
L’IRI ha preso di mira anche stretti partner degli Stati Uniti, comprese le forze della regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno e dei vicini Stati del Golfo. Più di recente, il 17 maggio, l’Arabia Saudita ha intercettato tre droni che sarebbero stati lanciati dall’Iraq, nonostante il cessate il fuoco. Sul fronte opposto, Washington ha colpito postazioni e leader delle milizie, ha sospeso la cooperazione e i finanziamenti per i servizi di sicurezza iracheni e ha aumentato la pressione finanziaria bloccando i trasferimenti di dollari legati ai proventi del petrolio iracheno. Questa mossa ha messo ulteriormente a dura prova l’economia del Paese, già sotto pressione a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Questi provvedimenti si sommano alla precedente decisione degli Stati Uniti di revocare la deroga alle sanzioni che consentiva all’Iraq di acquistare elettricità dall’Iran, nell’ambito di un più ampio sforzo volto a ridurre l’influenza economica di Teheran nel Paese. Tuttavia, l’Iraq sembra essere stato oggetto anche di un’interferenza diretta da parte del terzo attore principale della guerra regionale: Israele. I media statunitensi hanno recentemente rivelato la presenza di due avamposti militari israeliani nel deserto occidentale del Paese, che sarebbero stati utilizzati per supportare le operazioni aeree contro l’Iran.
Preso nel mezzo di questa lotta di potere regionale, il Primo Ministro Ali al-Zaidi appare, per ora, ricettivo alle richieste di Washington, avendo promesso di ristabilire il monopolio statale sulle armi e di portare avanti il disarmo delle milizie sciite. Ciononostante, secondo quanto riferito, Esmail Qaani – capo della Forza Quds, il braccio per le operazioni estere del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) – avrebbe esortato le milizie sciite a non disarmare, almeno finché non sarà più chiara la traiettoria dei negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran. Nel frattempo, il nuovo governo deve navigare tra le pressioni esterne, cercando al contempo di imporre il controllo sulle fazioni armate e di gestire una crisi economica in peggioramento. Un potenziale accordo tra Stati Uniti e Iran, qualora dovesse concretizzarsi, potrebbe plasmare in modo significativo il futuro interno dell’Iraq, determinando se il Paese si muoverà verso una maggiore stabilizzazione o verso una più profonda frammentazione.
ISPI: Iraq, il nuovo premier al-Zaidi stretto nella morsa tra Stati Uniti e Iran
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