mercoledì, Maggio 20, 2026

Il paradosso britannico che inquieta l’Occidente

La Brexit affonda l’economia ma il populismo prevale; i motivi dietro “l’inspiegabile” successo di Farage

by Rachele Gabbin
Il paradosso britannico che inquieta l’Occidente

Si potrebbe dire che quanto sta accadendo nel Regno Unito faccia da monito anche per altre democrazie liberali. A cinque anni dalla Brexit, gli effetti del distacco dall’Unione Europea appaiono più evidenti che mai. Il processo di separazione è stato a lungo un fattore di profonda polarizzazione all’interno del Paese, tanto sul piano politico quanto su quello sociale, monopolizzando il dibattito pubblico e alimentando per anni uno scontro incessante sulle sue conseguenze.

In questo contesto, alcuni profili risultano particolarmente significativi.

In primo luogo, numerosi economisti e analisti convergono nel valutare criticamente le conseguenze dell’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale, in particolare per quanto riguarda il commercio di beni. Secondo studi recenti, se il Paese fosse rimasto all’interno di tali meccanismi, le esportazioni britanniche sarebbero state decisamente superiori: la Brexit avrebbe infatti causato una contrazione dei volumi commerciali verso l’estero stimata intorno al 30%.

Inoltre, se da un lato il tema dell’immigrazione è stato centrale nella campagna del 2016, spingendo molti cittadini a votare a favore della Brexit, dall’altro, in una dinamica per certi versi controintuitiva, il Regno Unito ha registrato un netto aumento dei flussi migratori proprio nel periodo successivo alla sua uscita dall’UE. Il saldo migratorio netto è infatti passato dalle circa 248.000 unità del 2016 a una stima provvisoria di 431.000 nel 2024.

Secondo il National Institute of Economic and Social Research, l’impatto negativo della Brexit (che finora ha eroso circa il 10% della potenziale crescita del Paese), è destinato ad aumentare gradualmente, fino a raggiungere il 5-6% del Pil entro il 2035, traducendosi in una perdita di circa 2.300 sterline pro capite. Le stime di Bloomberg Economics confermano la gravità dello scenario, quantificando il costo dell’uscita dall’Ue tra i 100 e i 200 miliardi di sterline l’anno.

Nonostante questi dati e la crescente frustrazione che si respira nel Paese, Nigel Farage, il più noto promotore dell’uscita dall’UE, continua a furoreggiare nei sondaggi. Il leader euroscettico sta mettendo in seria difficoltà il governo laburista guidato da Keir Starmer, forte anche del successo ottenuto alle recenti elezioni amministrative con il suo nuovo partito, Reform UK.

Quello che sorprende è che Farage sia riuscito a mantenere un ampio consenso nonostante negli anni sia stato ripetutamente smentito dinnanzi alle sue stesse promesse fatte del 2016. “E il meglio deve ancora venire”, aveva dichiarato all’epoca ai cittadini, promettendo ai britannici una cornucopia di 350 milioni di sterline a settimana per il servizio sanitario nazionale se la Gran Bretagna avesse smesso di versare i propri contributi all’Unione Europea. Una palese menzogna davanti alla quale lui stesso, a referendum vinto e di fronte alle prime contestazioni, si limitò a sorridere.

Sorge quindi spontaneo chiedersi: com’è possibile che una figura come Farage possa ambire concretamente al governo, e persino ottenerlo, anche dopo che le sue bugie sono state palesate e hanno prodotto un esito tanto catastrofico?

È un interrogativo cruciale che supera i confini del Regno Unito per investire le democrazie occidentali nel loro insieme. La risposta risiede in due fattori principali. Da un lato, il populismo si dimostra difficile da scalzare quando i partiti tradizionali, alternatisi al potere, non riescono a sanare il disagio economico e sociale che spinge l’elettorato verso le ali estreme. Dall’altro, all’attuale premier Starmer è probabilmente mancato il coraggio di contrastare frontalmente Farage, rinfacciandogli punto per punto le sue falsità.

Ed è proprio qui che il caso britannico si trasforma in un monito per l’intero Occidente. Negli ultimi anni, il populismo sovranista ha fatto leva sulle paure generate dalla globalizzazione e dalle crisi sistemiche, contrapponendo gruppi sociali e alimentando divisioni senza mai offrire soluzioni strutturate. Questa visione, che esalta un’idea semplificata e omogenea di ‘popolo’, rischia di sfociare in una compressione delle dinamiche pluraliste, fino a scivolare in derive maggioritarie o autoritarie.

A distanza di un decennio, le democrazie liberali sono chiamate a dimostrare di aver compreso queste dinamiche e di saper reagire con fermezza. In questo quadro, il ruolo delle istituzioni risulta determinante: la capacità, o meno, di contenere tempestivamente spinte antidemocratiche può incidere in modo significativo sulla stabilità politica, tanto a livello nazionale quanto internazionale.
 

FONTE: CORRIERE DELLA SERA

Photo credit: ChiralJon, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons

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