Era il 15 aprile 2023 quando violenti combattimenti sono esplosi a Khartoum, estendendosi rapidamente a gran parte del Sudan. Oggi quei combattimenti non danno segni di cedimento. A fronteggiarsi sono le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), che fanno capo al generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti.
Oltre a devastare il Paese, il conflitto ha gravemente compromesso la stabilità delle nazioni confinanti. Tra queste preoccupa in modo particolare il Sud Sudan, dove le crescenti tensioni e la competizione politica interna rischiano di riaprire le ferite mai del tutto rimarginate della guerra civile.
Si stima che dall’inizio delle ostilità quasi 14 milioni di persone abbiano dovuto abbandonare le proprie case. Quella in Sudan si configura così come la più grande crisi di sfollamento a livello mondiale, con milioni di rifugiati costretti a sopravvivere in campi profughi drammaticamente privi di assistenza sanitaria e supporto umanitario.
Gli oltre tre anni di conflitto hanno lacerato profondamente il tessuto civile del Paese, con ripercussioni drammatiche sulla sicurezza alimentare e sui livelli di malnutrizione. Circa 19 milioni di individui, due sudanesi su cinque, vivono una condizione di insicurezza alimentare acuta. Oggi a minacciare i raccolti non sono più solo i monsoni estivi o l’imprevedibilità delle stagioni, ma una violenza sistematica che ha devastato la produzione agricola: i campi si sono trasformati in lande abbandonate, le strade rurali in vie di fuga e i granai in simulacri vuoti. Quella in corso non è una semplice crisi alimentare, bensì un progressivo e inesorabile scivolamento verso una catastrofe umanitaria.
In Sudan, come insistono gli esperti, l’agricoltura non è un semplice settore economico, ma la spina dorsale della sopravvivenza stessa. Da essa dipendono l’80% della produzione alimentare e del reddito del Paese: una cifra enorme che, in tempi normali, testimonia la profonda interdipendenza tra terra e vita, ma che in tempo di guerra si trasforma nella misura di una vulnerabilità assoluta. Quando i campi vengono abbandonati e i contadini sono costretti a fuggire o a rinunciare alla semina, non va perduto solo un raccolto: si spezza una catena vitale.
I bambini, come spesso accade, sono i primi a pagare il prezzo più alto di questo collasso. La malnutrizione infantile, già endemicamente diffusa, rischia di aggravarsi in modo drammatico nei prossimi mesi. Ogni carenza nutritiva si traduce in un danno irreversibile, capace di segnare per sempre la crescita fisica, lo sviluppo cognitivo e la possibilità stessa di un futuro.
Quello che si sta verificando non è altro che il culmine di anni di guerra, instabilità politica, tracollo agricolo e pressione climatica. Un mosaico di emergenze che, sovrapponendosi, cancella ogni residuo margine di resilienza.
Da quel drammatico inizio, l’escalation di violenza ha, inoltre, preso di mira in modo sistematico il sistema sanitario. Secondo i dati raccolti da Medici Senza Frontiere, oltre 200 attacchi contro ospedali e cliniche in tutto il Paese hanno causato la morte di più di 2.000 persone e il ferimento di altre 720.
La gravità della situazione è confermata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha rilevato come nel 2025 il Sudan abbia registrato l’82% di tutti i decessi globali provocati da attacchi a strutture sanitarie. Nello stesso periodo, MSF ha documentato circa 100 attacchi diretti contro il proprio personale, i presidi supportati e i convogli di forniture mediche. L’ultimo grave episodio si è verificato il 2 aprile 2026, quando un raid contro l’ospedale di Al Jabalain, attribuito da fonti locali alle RSF, ha provocato 10 vittime.