Quando una società inizia a chiamare “necessità” ciò che fino al giorno prima definiva “interesse”, è il momento di fermarsi a riflettere. Il diritto alla difesa esiste ed è sancito dalla Costituzione italiana all’articolo 52, che lo qualifica come “sacro dovere”. Ma proprio per questo, secondo molti osservatori, non dovrebbe essere consegnato alla retorica del riarmo né trasformarsi in strumento di consenso politico, dove ogni domanda critica diventa sospetto e ogni prudenza viene tacciata di ingenuità.
Il tema è al centro del dibattito pubblico europeo, alimentato dall’aumento delle spese militari e da una comunicazione istituzionale che ha progressivamente cambiato il lessico della sicurezza. Le armi non vengono più chiamate armi: diventano “sistemi”, “architetture”, “scudi”, “capacità”, “deterrenza integrata”. La parola guerra scompare sotto una verniciatura tecnica che la rende quasi impronunciabile.
In questo contesto torna in circolazione il pensiero di Vilfredo Pareto, economista e sociologo di origine ligure, autore di una riflessione acuta sui meccanismi della propaganda in tempo di guerra. Il volume Guerra e propaganda, curato da Alberto Mingardi per le edizioni Settecolori, raccoglie scritti in cui Pareto analizza la stampa del 1918 come laboratorio delle passioni collettive: un osservatorio per capire come gli uomini trasformino sentimenti e convenienze in ragioni solenni.
Pareto, che fu anche manager industriale per vent’anni prima di approdare alla cattedra di Economia politica a Losanna, elaborò il concetto di “derivazioni”: le giustificazioni nobili, libertà, missione, civiltà, difesa dei popoli più deboli, con cui interessi e paure vengono ricoperti di legittimità morale. In guerra, queste derivazioni diventano l’apparato retorico che oscura le domande più concrete: chi paga, chi guadagna, chi decide, chi muore.
La sua tesi centrale è che la guerra non crea ricchezza: la sposta. Toglie a qualcuno per dare a qualcun altro. E nelle grandi mobilitazioni belliche, i beneficiari hanno sempre nomi, indirizzi, società, commesse, relazioni e fatture. Non si tratta, secondo Pareto, di un complotto ordito nell’ombra, ma di una convergenza di interessi leggibile a occhio nudo: l’industria produce, la politica autorizza, la stampa racconta, gli esperti spiegano, e il cittadino, spaventato, accetta.
Il meccanismo non è una novità storica. Dwight Eisenhower, generale vincitore della Seconda guerra mondiale e poi presidente degli Stati Uniti, nel suo discorso d’addio del 1961 mise in guardia proprio contro il “complesso militare-industriale”: il rischio che la Repubblica venisse consegnata a chi trae profitto indefinito dalla paura. Un ammonimento che, secondo molti analisti, mantiene intatta la sua rilevanza.
Anche le grandi avventure tecnologiche del Novecento, come il programma Apollo, distribuirono contratti tra più aziende secondo logiche che non erano solo scientifiche, ma anche politiche ed economiche. Si chiamava leadership, frontiera, sicurezza. Non assistenzialismo industriale, anche se nei fatti non era molto diverso.
Il punto, dunque, non è se uno Stato abbia il diritto e il dovere di difendersi. Su questo vi è largo consenso. La questione è un’altra: quando la difesa smette di essere una funzione pubblica e diventa un’ideologia economica? Quando la spesa militare non risponde a una valutazione strategica, ma a una logica di mercato protetto e di rendita politica?
Il rischio, secondo questa lettura, non è soltanto geopolitico.
È linguistico e culturale: la guerra può aver già vinto dentro il nostro modo di parlare, trasformando la paura in prudenza, l’interesse in destino, il profitto in patriottismo, il dubbio in colpa. In un clima simile, chi solleva domande viene inquadrato tra gli ingenui, i disfattisti, gli antioccidentali.
La pace, in questa prospettiva, non è una parola mite né una posizione sentimentale. È, al contrario, una disciplina dell’intelligenza. E comincia esattamente là dove la propaganda vorrebbe farla finire: dalla domanda più semplice, più antica e più scomoda. A chi giova?
Fonte: Il Fatto Quotidiano