domenica, Aprile 19, 2026

Colombia, la “pace totale” di Petro crolla: scoppiano le polemiche dopo la festa dei boss in carcere

by Adriana Randazzo

Una festa con musica vallenata organizzata all’interno di un carcere di massima sicurezza. Non in qualsiasi penitenziario, ma in quello dove sono detenuti i capi storici delle principali strutture criminali della Valle di Aburrá, quegli stessi boss che il governo colombiano sta cercando di portare a un accordo di pace nell’ambito della sua ambiziosa politica della “paz total”. L’episodio, rivelato da un funzionario interno al carcere di La Paz, a Itagüí, ha scatenato uno scandalo politico che ha costretto l’esecutivo a sospendere uno dei tre tavoli sociogiuridici attivi nel Paese, quello appunto di Itagüí, insieme a quelli paralleli di Quibdó e Buenaventura.

La reazione del governo non si è fatta attendere. “Rifiutiamo in modo fermo e categorico quanto accaduto, e a partire da oggi sospendiamo l’agenda di interlocuzione con i portavoce delle strutture fino a quando non avremo chiarezza sulle loro responsabilità”, ha dichiarato l’esecutivo. Ma l’opposizione ha alzato la voce con altrettanta durezza. La consigliera comunale del Centro Democrático, Claudia Carrasquilla Minami, ha puntato il dito contro le falle nella catena di comando del penitenziario: “In assenza del direttore, gli altri responsabili del corpo di custodia hanno approfittato della situazione per consentire l’ingresso delle persone che hanno partecipato alla festa”. La domanda che rimane nell’aria, secondo la consigliera, è una sola: cosa stessero festeggiando i boss.

L’episodio è arrivato in un momento particolarmente delicato. Pochi giorni prima, la delegazione governativa aveva annunciato progressi nei negoziati per la pace urbana nella regione, con l’obiettivo dichiarato di chiudere un accordo prima della fine del mandato presidenziale di Gustavo Petro. A pochi mesi dalle elezioni, la corsa contro il tempo si fa sempre più affannosa — e scandali come questo non aiutano.

Il nodo centrale, denunciato da più parti, è la mancanza di una reale volontà da parte dei gruppi armati di abbandonare l’attività criminale. A questo si aggiunge l’assenza di un quadro giuridico solido che consenta al governo di fissare condizioni chiare per la resa alla giustizia delle strutture con cui negozia. Una lacuna che, secondo i critici, ha finito per rafforzare proprio quei gruppi che si sarebbe dovuto smantellare. Monsignor Héctor Fabio Henao, delegato per le relazioni tra la Chiesa Cattolica e lo Stato colombiano, ha invitato alla cautela: “La pace si costruisce e richiede dimostrazioni, azioni concrete e volontà permanente. La credibilità si guadagna quando i gruppi mostrano un impegno deciso ad attuare quanto concordato”.

Le difficoltà non si fermano ai tavoli sociogiuridici. Anche i negoziati con le dissidenze delle FARC attraversano una fase critica. Il processo con lo Stato Maggiore dei Blocchi e Fronti, guidato dall’alias “Calarcá”, è sotto pressione su due fronti: da un lato la Procura, che dopo aver sospeso i mandati di cattura nel 2024 per favorire i dialoghi, ora ritiene di avere elementi sufficienti per riaprire le indagini; dall’altro, le perplessità che circolano all’interno dello stesso governo sulla reale volontà di pace del leader dissidente. Dal governo si ammette apertamente che un’eventuale cattura di “Calarcá” segnerebbe la fine del tavolo negoziale.

Non va meglio con la Segunda Marquetalia, la cui componente denominata Coordinadora Nacional Ejército Bolivariano ha dovuto convocare una riunione straordinaria per sbloccare la crisi interna provocata dalla morte di un suo esponente e dalle tensioni legate all’ingresso di nuovi combattenti nelle Zone di Ubicazione Temporanea. Le delegazioni si sono date appuntamento a metà aprile a Tumaco per riprendere i colloqui.

Persino i processi presentati dal governo come i più avanzati mostrano crepe. L’accordo con il Frente Comuneros del Sur, che a gennaio 2026 aveva portato alla firma di due nuovi protocolli operativi a Pasto, si scontra oggi con un deterioramento della sicurezza nell’area di Mallama che vanifica parte dei risultati raggiunti.

Sullo sfondo, il calendario elettorale incombe. Il capo negoziatore Armando Novoa ha lanciato una sfida ai candidati presidenziali: “Ci stanno dicendo cosa non faranno, ma non hanno ancora spiegato come intendono tutelare il diritto alla pace dopo aver chiuso i tavoli in corso”. Una domanda che, con ogni probabilità, accompagnerà la campagna elettorale colombiana fino al voto.

Adriana Randazzo

Fonte: El Tiempo

Photo Credit: El tiempo-Archivio Particular

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