Donald Trump è diventato un problema per i suoi stessi alleati europei. La sconfitta del premier ungherese Viktor Orbán alle elezioni parlamentari di domenica scorsa ha accelerato un processo già in corso: i movimenti populisti di destra del continente stanno prendendo le distanze dal presidente americano, sempre più percepito come un peso elettorale.
Orbán aveva ricevuto endorsement pubblici da Trump e, nei giorni finali della campagna, la visita del vicepresidente JD Vance. Non è bastato. Anzi, secondo diversi esponenti della destra europea, ha peggiorato le cose. “La vicinanza agli Stati Uniti, nel contesto attuale, non è stata ben accolta dagli elettori ungheresi“, ha dichiarato un alto funzionario del Rassemblement National francese, che ha chiesto l’anonimato. “La sconfitta di Orbán non può essere attribuita solo alla stanchezza degli elettori.”
Le Pen traccia una linea
In Francia, Marine Le Pen ha convocato martedì scorso una riunione con i deputati del suo partito. Il messaggio, riferito da un funzionario presente, è stato netto: “Dobbiamo mantenere le distanze“. Una posizione che non sorprende chi conosce la storia recente del RN.
Secondo un ex esponente di un gruppo rivale di estrema destra, Le Pen aveva già tratto le sue conclusioni dopo l’assalto al Campidoglio del gennaio 2021: da allora ha sempre evitato un’eccessiva identificazione con il tycoon americano.
Un suo stretto collaboratore ha sintetizzato la linea del partito con una frase: “Ci piacciono i nostri amici a Washington, ma non vogliamo che ci dicano cosa fare.” In vista delle elezioni presidenziali francesi del 2027, il RN cercherà con ogni probabilità di evitare qualsiasi associazione pubblica con l’amministrazione Trump.
La Germania guarda alle regionali
Oltre il Reno, Alternative für Deutschland sta assumendo un atteggiamento simile, con le cruciali elezioni regionali di settembre all’orizzonte. Torben Braga, deputato AfD e membro della commissione Esteri del Bundestag, ha ammesso che avvicinarsi a Trump “nel contesto specifico delle elezioni non è un approccio particolarmente promettente”.
Il collega Matthias Moosdorf è andato oltre, scrivendo su X che l’ostentata amicizia tra Budapest e Washington — compresa la scelta di Vance di fare campagna per Orbán — ha pesato “come macine al collo” del premier ungherese.
La leader AfD Alice Weidel mantiene tuttavia una posizione più attendista, dichiarando ai giornalisti di non considerare i legami con Trump un problema e di ritenere che Orbán “abbia condotto una campagna molto buona“.
Meloni e la questione del Papa
Per la premier italiana Giorgia Meloni, il punto di rottura è arrivato con gli attacchi di Trump a Papa Leone. Difendere il Pontefice, però, non era solo una scelta di principio: Meloni può contare su una solida base elettorale cattolica, e in tutta Europa l’opinione pubblica tende ad attribuire al presidente americano le responsabilità del conflitto in Medio Oriente e del rincaro energetico.
I ponti non sono del tutto bruciati
Nonostante la prudenza generale, le relazioni tra la destra europea e Washington non si sono interrotte. Louis Aliot, sindaco di Perpignano ed esponente del RN, ha presenziato ai funerali del podcaster conservatore Charlie Kirk. Sia Le Pen che il presidente del partito Jordan Bardella hanno accettato un incontro con l’ambasciatore americano in Francia, Charles Kushner. Il funzionario del RN ha giustificato il faccia a faccia affermando che dimostra la capacità del partito di “dialogare con i grandi attori mondiali“.
L’eredità di Orbán resta
La sconfitta del premier ungherese non cancella il modello politico che ha rappresentato per anni in Europa: postura conflittuale verso le istituzioni dell’Unione europea, pressione sullo stato di diritto, controllo del panorama mediatico. Molti partiti nazionalisti del continente hanno adottato tattiche simili e non sembrano intenzionati ad abbandonarle.
Diversi analisti di area conservatrice attribuiscono la vittoria dell’oppositore Péter Magyar soprattutto alla sua capacità di concentrarsi sulla corruzione e sui temi economici, più che a un rigetto del nazionalismo in quanto tale. Per questo, secondo un alleato di Le Pen, la caduta di Orbán non segnerà la fine dell’opposizione alla Commissione europea. “Abbiamo bisogno di un grande Paese che guidi la rivolta“, ha detto. “Se vinciamo nel 2027, altri Paesi seguiranno.”
Fonte: Politico EU
Photo Credit: L’internazionale