La tregua tra Stati Uniti e Iran ha consentito una parziale ripresa della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, ma parlare di pace appare ancora prematuro. Il cessate il fuoco rimane vulnerabile alle tensioni tra Washington e Teheran, alle scelte di Israele e soprattutto alla battaglia politica e militare per il controllo di uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta.
È il quadro delineato dagli analisti del Center for Strategic and International Studies (CSIS) in un’analisi pubblicata il 1° luglio 2026 e firmata da Raad Alkadiri, Clayton Seigle, Jon B. Alterman, Mona Yacoubian, Joely Virzi e Caitlin Welsh. Secondo gli esperti americani, la ripresa dei transiti attraverso Hormuz non significa che i mercati energetici siano tornati alla normalità: gli attacchi episodici, le divergenze sulle modalità di navigazione e la lentezza del negoziato continuano a mantenere elevato il rischio.
Tregua USA-Iran, per il CSIS è una pausa più che una pace
La prima questione riguarda la natura stessa dell’intesa. Secondo Raad Alkadiri, l’accordo non rappresenta una vera soluzione politica del conflitto, ma piuttosto un cessate il fuoco prolungato. Le cause che hanno portato Stati Uniti e Iran allo scontro, infatti, non sono state eliminate.
Due variabili potrebbero risultare decisive: la politica interna americana e il comportamento di Israele. Donald Trump punta a lasciarsi alle spalle la guerra e considera la riapertura di Hormuz un risultato importante. Tuttavia, le concessioni accordate all’Iran hanno provocato critiche negli Stati Uniti, soprattutto tra i repubblicani più intransigenti ma anche in alcuni settori democratici. Le tensioni potrebbero aumentare ulteriormente se il negoziato sul nucleare non producesse risultati.
A questo si aggiunge Israele. Secondo l’analisi del CSIS, il conflitto con l’Iran deve essere inserito nella più ampia strategia israeliana avviata dopo il 7 ottobre per modificare gli equilibri regionali. Un’eventuale nuova azione militare israeliana potrebbe quindi compromettere il cessate il fuoco e riportare immediatamente sotto pressione la navigazione nel Golfo.
Lo Stretto di Hormuz è diventato la principale leva dell’Iran
Il punto centrale dell’analisi riguarda però lo Stretto di Hormuz. Il conflitto avrebbe modificato profondamente la percezione del controllo di questo passaggio strategico.
Teheran ha compreso quanto la capacità di limitare il traffico attraverso lo stretto possa trasformarsi in uno strumento negoziale. Washington dispone delle sanzioni e della propria forza militare; l’Iran può invece minacciare uno dei principali corridoi dell’economia energetica mondiale.
Per questo, secondo il CSIS, immaginare un semplice ritorno alla situazione precedente alla guerra sarebbe un errore. Anche con un accordo politico, il rischio associato alla navigazione nel Golfo potrebbe rimanere più elevato rispetto al passato, con conseguenze sui prezzi dell’energia, sulle assicurazioni marittime e sulle strategie delle compagnie di navigazione.
Il nuovo obiettivo di Teheran: istituzionalizzare il controllo di Hormuz
Mona Yacoubian individua proprio nel maggiore controllo iraniano sullo stretto una delle conseguenze potenzialmente più importanti della guerra. Il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente.
Se Teheran riuscisse a imporre stabilmente una propria forma di supervisione su un passaggio marittimo internazionale, secondo l’analista si creerebbe un precedente capace di mettere in discussione il principio della libertà di navigazione.
L’Iran sta cercando infatti di trasformare una capacità militare in un nuovo status quo politico. Teheran ha creato una Persian Gulf Strait Authority, ha aperto un gruppo di lavoro con l’Oman sul futuro dello stretto e punta a esercitare un ruolo diretto sulle modalità di transito. Nell’analisi del CSIS emerge inoltre la possibilità che l’Iran tenti di monetizzare questo controllo attraverso forme di pagamento legate al passaggio delle navi.
La questione potrebbe diventare uno degli ostacoli principali a un accordo definitivo con Washington. Per Teheran la gestione dello stretto rappresenta ormai una linea rossa, mentre gli Stati Uniti continuano a considerare la libertà di navigazione un principio strategico irrinunciabile.
Petrolio e gas: perché i mercati non possono considerare conclusa la crisi
La riapertura parziale di Hormuz ha ridotto alcune delle pressioni immediate sui mercati, ma l’incertezza resta elevata.
Il problema non consiste esclusivamente nella quantità di petrolio e gas che riesce materialmente ad attraversare lo stretto. Conta anche il premio per il rischio geopolitico incorporato nei prezzi: ogni nuovo attacco, minaccia iraniana o operazione americana può alimentare il timore di una nuova interruzione dei traffici.
Il cessate il fuoco, quindi, può ridurre il prezzo immediato della crisi senza eliminare le sue cause strutturali. Per le economie maggiormente dipendenti dalle importazioni energetiche del Golfo, la sicurezza della navigazione diventa così importante quanto il livello della produzione petrolifera.
Europa, Asia e Global South vogliono soprattutto stabilità
Il conflitto ha inoltre modificato la percezione internazionale degli Stati Uniti e dell’Iran. Jon B. Alterman sottolinea come molti governi non siano necessariamente favorevoli a Teheran, ma preferiscano comunque un negoziato prolungato a una nuova guerra.
L’obiettivo di numerosi Paesi è relativamente pragmatico: mantenere aperto Hormuz, contenere l’Iran e contemporaneamente evitare nuove azioni militari unilaterali americane.
Le priorità cambiano a seconda delle aree geografiche. In Europa prevale la preoccupazione per il futuro del dossier nucleare iraniano. Giappone e Corea del Sud guardano invece soprattutto alla sicurezza energetica e alla continuità delle forniture provenienti dal Golfo. Nei Paesi del Global South pesa anche la percezione di dover sopportare conseguenze economiche derivanti da decisioni sulle quali hanno scarsissima influenza.
La guerra ha già colpito anche la sicurezza alimentare
Gli effetti della crisi non riguardano solamente petrolio e gas. Hormuz rappresenta infatti un passaggio fondamentale anche per il commercio mondiale dei fertilizzanti.
Secondo Joely Virzi e Caitlin Welsh, prima del conflitto circa il 20-30% delle esportazioni globali di fertilizzanti attraversava lo stretto. Le interruzioni hanno contribuito all’aumento dei prezzi proprio durante il periodo delle semine primaverili nell’emisfero settentrionale.
La ripresa dei traffici ha successivamente contribuito ad allentare le pressioni sui prezzi, insieme alla decisione cinese di ridurre le restrizioni sulle esportazioni di urea. Tuttavia, alcune conseguenze non possono essere cancellate semplicemente riaprendo Hormuz.
Molti agricoltori hanno già dovuto decidere se sostenere costi superiori, utilizzare quantità inferiori di fertilizzanti oppure scegliere coltivazioni che ne richiedessero meno. Gli effetti di queste decisioni potrebbero emergere nei raccolti e nei prezzi alimentari dei mesi successivi.
Hormuz può diventare il vero banco di prova della pace
Dall’analisi del CSIS emerge quindi una conclusione particolarmente importante: la tregua USA-Iran non può essere valutata soltanto attraverso l’assenza di nuovi grandi attacchi militari.
Il vero indicatore sarà la capacità delle parti di costruire regole condivise per lo Stretto di Hormuz.
La questione è ormai più ampia della semplice sicurezza energetica. Washington vuole difendere il principio della libertà di navigazione, mentre Teheran ha scoperto di possedere nello stretto uno strumento di pressione capace di influenzare contemporaneamente Stati Uniti, Europa, Cina, India, Giappone e le economie del Golfo.
Ed è proprio questo uno dei cambiamenti più profondi prodotti dalla guerra: l’Iran ha trasformato Hormuz da vulnerabilità strategica in leva negoziale.
Per arrivare a una pace più stabile non basterà quindi impedire una nuova guerra tra Stati Uniti e Iran. Sarà necessario definire chi controlla la navigazione, quali regole devono rispettare le navi, chi garantisce la sicurezza dei transiti e quali conseguenze scatteranno in caso di violazioni.
Finché queste questioni resteranno irrisolte, la tregua continuerà a essere esposta a improvvise escalation. E ogni nuova crisi nello Stretto di Hormuz potrà rapidamente trasformarsi da confronto regionale in uno shock per l’intera economia mondiale.
Fonte: analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS), What a Fragile U.S.-Iran Ceasefire Means for Energy and Beyond, pubblicata il 1° luglio 2026.