”Che ruolo hanno le immagini e quale potere esercitano sulle nostre coscienze?” Gian Piero Piretto e Alessandro Farsetti affrontano una riflessione sul rapporto tra memoria, propaganda e rappresentazione visiva nella Russia di Putin.
Il ciclo di seminari, curato da Matteo Benussi, ricercatore universitario, e Marco Dalla Gassa, professore dell’Università di Venezia, indaga il ruolo delle immagini nella costruzione, nella legittimazione e nella contestazione del potere politico contemporaneo.
L’analisi del caso russo si inserisce dunque in una prospettiva più ampia, nella consapevolezza che molte delle dinamiche affrontate non appartengono esclusivamente a una singola nazione, ma attraversano contesti storici e geografici differenti.
L’intento dei relatori era quello di superare i tradizionali confini disciplinari e interpretare immagini e simboli non come semplici strumenti di rappresentazione, bensì come potenti veicoli di significato, capaci di orientare la percezione della realtà, del passato e del futuro costruendo (o manipolando) le identità collettive.
La Russia di Putin – l’ambigua dicotomia fra propaganda e narrazione
Che significano propaganda e narrazione? È evidente che sono termini che spesso e volentieri si sovrappongono, e quando ciò accade si tenta di costruire consenso o giustificare azioni di potere.
La retorica propagandistica non comunica solo fatti, ma ne costruisce una narrazione convincente, mistificatoria, che rinchiude la realtà proprio come l’uomo nella caverna di Platone. Emozioni come nostalgia, rabbia, rimpianto e lode di un passato vengono mobilitate quando è necessario che la popolazione si unisca contro un “male” comune.
Secondo Piretto non è un caso, dunque, che l’invasione dell’Ucraina venga raccontata come un gesto di “aiuto fraterno” o “denazificazione”. I fatti empirici cessano di essere presi in considerazione – alle volte si tenta anche di nasconderli o di reprimerli – per intervenire capillarmente su ogni aspetto della vita pubblica e privata del cittadino, il quale non riesce a ottenere informazioni più lucide e obiettive.
A sostegno di questa tesi, il professore ha citato l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha espresso il suo parere sulla vittoria del partito di estrema destra Alternative-für-Deutschland in Sassonia: «La conquista dell’Illuminismo è consistita nel fatto che la generalità delle persone riusciva a concordare sui fatti. Sulla base di questi fatti si giungeva poi a preferenze diverse riguardo alle politiche e ai partiti. Quando si dà più spazio ai sentimenti che ai fatti, compiamo dei passi indietro sul piano della civiltà». Si può dimostrare storicamente come i sentimenti irrazionali nazionalisti o razzisti abbiano portato a conseguenze catastrofiche e al suicidio dell’umanità.
Sembra che la storia non fosse in grado di insegnare alle generazioni future l’importanza della Pace e della prosperità economica che ne deriva. La verità però è ben diversa: la storia viene strumentalizzata a favore di una narrazione unilaterale, in cui la propria nazione, in questo caso la Russia di Putin, risulta vittima o egemone, e tutto il resto del mondo deve essere demonizzato.

La Russia di Putin – Invasione delle truppe del Patto di Varsavia davanti alla sede della radio a Praga, J. Koudelka
Il fotografo ceco-francese Josef Koudelka è riuscito a immortalare il senso di estraniamento generale che i giovani soldati sovietici mandati a Praga hanno sentito quando si sono resi conto che il loro “aiuto fraterno” era percepito come un’invasione nemica. Ed è proprio su questo cortocircuito tra illusione visiva e memoria che si innesta il tema centrale dell’incontro: la nostalgia.
La nostalgia nella Russia di Putin diventa un’arma
Come spiegato da Piretto, questo sentimento non nasce dal nulla, ma porta con sé una responsabilità enorme. La nostalgia esplosa dopo il crollo dell’Unione Sovietica non è infatti un semplice rimpianto romantico, ma il frutto di una deliberata «politica della memoria». Un’operazione ideologica che ha ripescato e riutilizzato quel medesimo patrimonio di immagini e miti del passato, selezionandoli ad arte per ricostruire a tavolino una nuova identità nazionale.
La prima fase della nostalgia sovietica era abbastanza superficiale: vecchie canzoni trasmesse in tv, e la kommunalka che veniva vagheggiata come un territorio dove ci si aiuta reciprocamente. La realtà era diversa: competizione, dispetti, gelosie, e un tempo ristretto, categorico. Questa prima fase di nostalgia riflessiva si è trasformata gradualmente in qualcos’altro.
Svetlana Boym (1959-2015) differenzia infatti tra una nostalgia riflessiva — ironica, consapevole che il passato sia irrecuperabile — e una nostalgia restaurativa, definita come priva di una prospettiva storica. In quest’ultima non si riesce ad avere una distanza critica, ed è come se dei paesaggi leggendari si materializzassero di nuovo nella Russia di Putin: Pietro il Grande, Stakanov, Stalin. Ed è proprio osservando queste dinamiche che Farsetti afferma che la storia viene deideologizzata e risemantizzata dal punto di vista dell’orgoglio patriottico.
Il mito della vittoria diventa così il pilastro fondante per celebrare l’unità dei “nuovi russi”, diventando un caso di studio emblematico. Piretto evidenzia la forza di una narrazione istituzionale che fa leva sull’idea che la continuità con un certo passato sovietico possa riportare indietro la grandezza della Nazione.
Si tratta, come descritto da Piretto attraverso l’esempio della Russia di Putin, di una nostalgia prospettica: non è un banale “come si stava bene allora”, ma un “così dovrebbe andare di nuovo il mondo”. Non si ripropongono banalmente i modelli sovietici, ma ci si ricollega a essi bypassando le fasi che non fanno comodo. Nel libro di storia — che è unico per tutti, firmato da Medinskij e Torkunov— si sostiene che l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia è una “operazione militare speciale“.
Per questa linea ufficiale, la storia sovietica inizia direttamente con l’invasione nazista il 22 giugno 1941, mentre Lenin e il bolscevismo sfumano in secondo piano. La leadership russa ha trasformato la sconfitta del nazismo da semplice commemorazione a culto di stato, promuovendo l’immagine dei soldati di oggi come eredi diretti di coloro che presero il Reichstag. La guerra in Ucraina viene così presentata come la naturale prosecuzione della lotta contro il nazismo: chiunque critichi questa lettura viene accusato di falsificare la storia ed è perseguibile penalmente.

Frammento di un video della cerimonia a Mosca il 9 maggio 2023 nella Russia di Putin. Fonte: Euronews
Durante le cerimonie ufficiali, ad esempio, il professore ha evidenziato come il mausoleo di Lenin venga spesso nascosto: un fenomeno che Piretto definisce iconofobia e non iconoclastia, poiché il simbolo non viene distrutto ma temporaneamente celato alla vista. Nella Russia di Putin si evoca la stabilità brezneviana, lo Sputnik, Gagarin e un generale senso di protezione (o controllo) sociale, demonizzando al contempo il caos degli anni Novanta.

Il bassorilievo raffigurante Stalin nel sottopassaggio della stazione Taganskaya, rimosso nel 1966 e riabilitato recentemente con la Russia di Putin
Nel corso del seminario si è riflettuto anche sull’uso dei segni grafici essenziali, come la celebre lettera «Z», associata sia a Zapad (l’Occidente da combattere) sia a Za pobedu! (Per la vittoria). Oggi quella medesima lettera è diventata una presenza ricorrente in ogni strato della società: nelle scuole, sui carri armati, per le strade. L’analisi si è poi concentrata su come tali segni vengono presentati come verità auto-evidenti, riducendo lo spazio per l’interpretazione individuale per rappresentare una realtà quasi mistificatoria e incontestabile. In questo meccanismo, colui che sostiene la narrazione appare come un funzionario o un credente che riproduce una simbologia precostituita, persino quando a essere coinvolti sono gli artisti.
Durante l’incontro sono stati citati anche altri interventi ed esempi istituzionali: dalla chiusura del Museo della storia del Gulag alla contestuale apertura, nello stesso edificio, del Museo della memoria dedicato al genocidio del popolo sovietico, oggi pilastro giuridico e culturale tutelato da specifiche responsabilità penali per chi lo nega. A questo si affiancano le nuove discipline scolastiche come “Discorsi sulle cose importanti“, mirate a riflettere sulla Patria (la Russia di Putin) e sulla disponibilità a difenderla. Parallelamente, la figura di Stalin è stata progressivamente riabilitata come vincitore della guerra piuttosto che come dittatore — arrivando alla denominazione dell’aeroporto di Stalingrado.
La nostalgia, in questo quadro, si rafforza nei momenti di incertezza e rende docili: trasforma il sacrificio in dovere morale e il dissenso in un tradimento della memoria. Non si tratta più di comunismo, ma di una grandezza imperiale restaurata, in cui i valori tradizionali vengono riaffermati in contrapposizione a un Occidente percepito come decadente e ostile. L’imperativo diventa il sacrificio per la patria, con un richiamo implicito a modelli del passato come l’Elmo d’Acciaio o alle mostre di tematica bellica pensate per incentivare il sentimento patriottico.

L’estetica del potere e del sacrificio militare nella Russia di Putin, catturata nell’allestimento monumentale della mostra “L’imperativo russo”

La lettera “Z” nella Russia di Putin è diventata simbolo della guerra
L’uso delle immagini per portare la Pace nella Russia di Putin
L’immagine non è però soltanto uno strumento del potere, ma anche un canale di resistenza. Durante il seminario è stato ricordato come nel 2022 l’artista Katya Muromtseva abbia iniziato a disegnare donne vestite di nero con fiori bianchi, in ricordo delle proteste silenziose nelle metropolitane di Mosca, finendo per essere perseguite come contestatrici. In contesti come la Russia di Putin, in cui il dissenso rischia di essere accusato di terrorismo o estremismo, gli oppositori sono costretti a ricorrere a simboli piccoli, discreti e silenziosi, ben più difficili da perseguire legalmente rispetto a bandiere o scritte esplicite.

Katya Muromtsev. Donne in nero contro la guerra e la Russia di Putin, 2022. Pushkin House. Londra, 2023. Per gentile concessione dell’artista.
È il caso dei fogli bianchi mostrati durante le proteste o di espressioni metaforiche come il pesce vobla, diventato un curioso simbolo anti-guerra a causa della somiglianza fonetica con il termine vojna (“guerra”). Una cittadina arrestata per aver scritto “Net v…” si è difesa affermando di intendere “No alla Vobla”, mentre il cantante Semen Slepkov vi ha dedicato una canzone ironica definendo il pesce come il male supremo. Un’altra forma di contestazione visiva è la versione della bandiera russa priva della striscia rossa, rimossa per cancellare il simbolo del sangue e del conflitto.
Le immagini restano uno dei campi di battaglia più importanti del nostro tempo: la società risponde con creatività, ironia e piccoli gesti di resistenza. Il potere delle immagini non è mai a senso unico e dobbiamo impegnarci ogni giorno affinché ne vengano denunciati gli usi impropri e vengano promossi messaggi di pace e solidarietà.
Per ulteriori approfondimenti: Immagini del potere, potere delle immagini