Il Primo ministro del Regno Unito, Keir Starmer, è alle prese con una scelta difficile: da un lato, sente pressioni per riarmare il Paese a fronte dei diversi scenari di conflitto che si sono imposti sul piano internazionale; dall’altro, è consapevole della scarsità di risorse disponibili. Un eventuale incremento dei fondi potrebbe passare attraverso nuovi tagli alla spesa sociale (il così detto welfare), ma ciò rischierebbe di aprire fratture all’interno della sua stessa maggioranza parlamentare, in larga parte contraria.
Il bilancio della difesa britannico è recentemente finito sotto scrutinio dopo le dichiarazioni di George Robertson, ex segretario generale della NATO e figura storica della difesa inglese. Robertson ha denunciato senza mezzi termini una “compiacenza corrosiva” ai vertici della leadership: “Si fa della retorica sui rischi, sulle minacce, sui segnali di pericolo rosso vivo. Ma non si riesce nemmeno a dare inizio alla promessa conversazione nazionale sulla difesa”, ha dichiarato.
Il punto di rottura sarebbe rappresentato dal cosiddetto Defence Investment Plan (DIP), il piano decennale incaricato di tracciare la rotta degli investimenti militari inglesi. Il documento appare bloccato in un rimpallo di responsabilità tra il Ministero della Difesa, favorevole a un significativo aumento del budget, e il Tesoro, orientato a mantenere il rigore fiscale. Starmer ha riferito ai parlamentari che il DIP si trova sulla sua scrivania e che l’ultima parola spetta sulla questione spetterà a lui.
Di fatto, secondo i piani di spesa approvati lo scorso anno, il budget del Ministero della Difesa dovrebbe crescere del 3,6% entro il 2029. Tuttavia, un’analisi interna al dipartimento ha rilevato un deficit strutturale nel piano per gli equipaggiamenti che rischia di compromettere il raggiungimento degli obiettivi prefissati. La mancanza di fondi sarebbe attribuibile all’aumento dei costi di manutenzione del sistema nucleare del Regno Unito e, più in generale, all’inflazione.
Le opzioni per il primo ministro sono limitate. Dopo aver già ridotto gli aiuti all’estero e aver rifiutato la proposta di aderire ad un’ipotetica Banca per la Difesa, la Sicurezza e la Resilienza, il governo si trova con margini di manovra ridotti. Inoltre, i parlamentari laburisti, specialmente in vista delle elezioni locali di maggio, non sono disposti a sacrificare il welfare sull’altare della spesa militare, temendo che questo potrebbe portare ad un travaso di voti verso i Verdi o l’ala più radicale della sinistra. Parallelamente alcune figure influenti nei circoli della sicurezza britannica, come lo stesso Robertson e l’ex consigliere per la politica estera di Downing Street John Bew continuano, invece, a fare pressioni a Starmer, sostenendo che il governo deve ripensare completamente la spesa sociale, impennatasi dopo la pandemia, per far fronte alle minacce contro il Regno Unito.
In questo contesto, la soluzione più probabile appare quella di un “fudge”, un compromesso all’inglese: una soluzione raffazzonata fatta di piccoli risparmi attinti da diversi dipartimenti governativi. Una mossa che potrebbe permettere a Starmer di guadagnare tempo in vista del cruciale summit NATO di luglio, ma che rischia di essere insufficiente per le reali necessità strutturali delle forze armate inglesi.
In attesa del Discorso del Re del 13 maggio, il governo sembra trovarsi, dunque, in una fase di stallo. Il rischio è che, nel tentativo di bilanciare le richieste della difesa e della tutela del welfare, Starmer finisca per indebolire la posizione del Regno Unito proprio in un momento di forte instabilità internazionale.
FONTE: POLITICO
Photo credit: Simon Dawson /No 10 Downing Street