La riforma elettorale argentina si è trasformata in un banco di prova per la capacità del governo di Javier Milei di costruire alleanze stabili con un peronismo fortemente diviso e in parte condizionato da pressioni giudiziarie ed economiche. Mentre l’esecutivo spinge per l’approvazione della norma, le dinamiche interne ai blocchi parlamentari rivelano una coalizione fragile, dove i voti necessari non sono ancora garantiti.
Al centro del dibattito politico c’è la figura di Manuel Adorni, portavoce presidenziale, finito sotto indagine giudiziaria in circostanze che hanno attirato l’attenzione dell’opposizione e di alcuni settori dialoghisti. La vicenda ha complicato i calcoli del governo, che puntava su una serie di alleati moderati per portare avanti il progetto di riforma. Le difficoltà economiche di alcune imprese legate a questi settori hanno ulteriormente raffreddato l’entusiasmo di chi, fino a poche settimane fa, sembrava disposto a sostenere l’iniziativa dell’esecutivo.
Un percorso accidentato
La riforma elettorale, presentata dal governo come una misura necessaria per modernizzare il sistema politico, ha incontrato resistenze trasversali. Da un lato, i settori più radicali dell’opposizione peronista la giudicano uno strumento pensato per favorire La Libertad Avanza nelle prossime elezioni legislative. Dall’altro, alcuni governatori e dirigenti del Partido Justicialista che avevano aperto un canale di dialogo con Milei mostrano ora maggiore cautela, consapevoli delle pressioni che provengono dalle proprie basi.
Patricia Bullrich, ministra della Sicurezza e figura chiave nella costruzione del consenso parlamentare, si è dichiarata fiduciosa sulla possibilità di raggiungere i numeri necessari per l’approvazione. Secondo fonti vicine al governo, Bullrich starebbe lavorando in modo intenso sui cosiddetti “dialoghisti”, quei legislatori peronisti disposti a votare singoli provvedimenti dell’esecutivo senza entrare in una coalizione formale. Tuttavia, il margine rimane stretto e ogni variabile — giudiziaria, economica o politica — rischia di spostare gli equilibri.
Le divisioni nel peronismo
Il blocco peronista al Congresso non si presenta come un fronte compatto. Da mesi convivono al suo interno correnti diverse: quella più intransigente, che rifiuta qualsiasi collaborazione con Milei, e quella più pragmatica, che valuta caso per caso i provvedimenti su cui convergere. Quest’ultima componente è quella su cui il governo ripone le proprie speranze, ma si tratta di un appoggio volatile, sensibile ai cambiamenti del clima politico e alle pressioni locali.
Un elemento di particolare attenzione riguarda le dichiarazioni attribuite al deputato Maximiliano Abrui, secondo cui il governo starebbe usando alcune concessioni e opportunità politiche per attrarre sostenitori. L’opposizione ha denunciato questa dinamica come una forma di pressione indebita, mentre il governo la definisce normale dialogo istituzionale.
Il nodo delle primarie
Tra le misure più controverse contenute nella riforma c’è l’eliminazione delle primarie obbligatorie, le cosiddette PASO. I detrattori sostengono che sopprimere questo strumento significherebbe privare i cittadini di uno spazio di partecipazione fondamentale, lasciando la selezione dei candidati nelle mani delle dirigenze di partito. Il governo, al contrario, argomenta che le PASO rappresentano un costo eccessivo per lo Stato e che la loro eliminazione renderebbe il sistema più efficiente.
Su questo punto si registra una delle fratture più profonde, anche all’interno dello stesso blocco governativo. Alcuni alleati di Milei hanno espresso riserve, temendo che la misura possa ritorcersi contro di loro in vista delle elezioni del 2025.
Prospettive
Con l’avvicinarsi delle scadenze parlamentari, il governo si trova di fronte a una scelta difficile: accelerare i tempi e rischiare una sconfitta in aula, oppure rinegoziare i contenuti della riforma per allargare il consenso. La partita è aperta, e il suo esito dirà molto non solo sulle prospettive della legge elettorale, ma sulla tenuta complessiva dell’esperimento politico di Milei.
Fonte: La Nación