Il numero di sfollati interni è cresciuto rapidamente negli ultimi anni: secondo le stime del Centro di monitoraggio degli sfollamenti interni (IDMC), si parla oggi di oltre 82 milioni di persone. Una cifra di tale portata è difficile da visualizzare; per orientarsi, basta pensare a una popolazione pari quasi a quella della Germania.
Si tratta, in realtà, di un dato leggermente inferiore rispetto al picco registrato nel 2024 (83,4 milioni), ma il calo non è sufficiente per essere interpretato come un segnale positivo. “Si tratta solo di piccoli rientri registrati in alcune crisi. Non crediamo che indichi un miglioramento reale, perché le situazioni in Paesi come Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Siria restano complesse e dinamiche”, ha spiegato in videoconferenza Xiao-Fen Hernán, coordinatrice e principale autrice del rapporto.
Un elemento di novità rispetto ai decenni precedenti emerge con chiarezza. Se per anni i disastri naturali, (inondazioni, tempeste, cicloni ecc.) hanno rappresentato la principale causa degli spostamenti di popolazione, oggi sono i conflitti armati ad aver assunto un peso crescente in questa dinamica.
Nel 2025 le guerre hanno infatti generato un record storico di 32,3 milioni di nuovi sfollamenti (un aumento del 60% rispetto all’anno precedente), contro i 29,9 milioni legati a eventi climatici. Al 31 dicembre, 68,6 milioni di persone vivevano lontano dalle proprie case a causa di un conflitto, mentre 13,6 milioni per fenomeni connessi al clima
Dal rapporto emerge inoltre come l’impennata dei flussi forzati sia strettamente legata alla crescente internazionalizzazione dei conflitti contemporanei e al loro progressivo spostamento verso i centri urbani. Nel 2025, infatti, quasi la metà degli sfollamenti causati da conflitti è risultata riconducibile a guerre con una dimensione internazionale, un valore quasi doppio rispetto all’anno precedente. Tra i casi più emblematici spicca il Sudan.
Il conflitto, iniziato nell’aprile 2023 come uno scontro interno tra l’esercito regolare guidato da Al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) del generale Dagalo, si è progressivamente trasformato in una crisi regionalizzata. Negli ultimi mesi, l’esercito sudanese ha intensificato l’uso di droni armati per colpire postazioni, infrastrutture e linee di rifornimento delle RSF, contribuendo ad amplificare l’impatto del conflitto sulla popolazione civile e, di conseguenza, i livelli di sfollamento.
La portata del fenomeno emerge con chiarezza anche in altri contesti: Iran e Repubblica Democratica del Congo, da soli, concentrano quasi due terzi degli spostamenti forzati registrati a livello globale, con rispettivamente 10 e 9,7 milioni di persone coinvolte nell’arco dell’anno.
“Quando il conflitto raggiunge le città, i numeri crescono perché aumenta la concentrazione di persone e servizi. La distruzione delle infrastrutture colpisce l’intero Paese e richiede molto tempo per essere ricostruita”, ha raccontato Hernán.
A questo scenario si aggiunge la crescente invisibilità di molte crisi, causata dalla scarsità di dati difficili da raccogliere in contesti di guerra. “Molti spostamenti non vengono nemmeno registrati”, spiega la coordinatrice del rapporto.
Eppure, il numero degli sfollati interni supera di gran lunga quello dei rifugiati internazionali, che si attesta intorno ai 43 milioni. È un elemento cruciale: gli sfollati interni ricevono minore attenzione a livello globale perché il fenomeno rimane circoscritto entro i confini nazionali, sotto la responsabilità di governi spesso fragili o direttamente coinvolti nei conflitti.
FONTE: EL PAIS