sabato, Settembre 12, 2026

In Pakistan il governo restringe il lavoro dei giornalisti stranieri

Le nuove linee guida limitano gli spostamenti dei reporter e introducono norme che, secondo le associazioni di categoria, aumentano il controllo governativo sull'informazione

by Rachele Gabbin
In Pakistan il governo restringe il lavoro dei giornalisti stranieri

Il Pakistan occupa il 153° posto su 180 nel World Press Freedom Index, l’indice mondiale sulla libertà di stampa. Non sorprende, dunque, l’entrata in vigore di nuove restrizioni destinate a limitare in modo significativo l’attività dei media internazionali nel Paese, una decisione che ha suscitato la dura protesta delle principali organizzazioni giornalistiche.

Al centro delle nuove direttive vi è un vincolo particolarmente stringente: tutti i giornalisti che collaborano con testate straniere, compresi i reporter di nazionalità pakistana, dovranno ottenere un’autorizzazione preventiva per realizzare reportage in qualsiasi località al di fuori delle tre principali città del Paese: Islamabad, Karachi e Lahore.

L’aspetto più insolito del provvedimento riguarda proprio i suoi destinatari. Se in Pakistan sono tradizionalmente i media locali a subire le maggiori pressioni, questa nuova stretta prende di mira direttamente la stampa internazionale.

Come ha osservato il commentatore politico Mustafa Nawaz Khokhar, “queste linee guida equivalgono a confinare i media internazionali in uno spazio sempre più ristretto. Il pubblico guarda spesso alla stampa estera per ottenere una copertura indipendente; imporre simili limiti rischia soltanto di alimentare la disinformazione e la diffusione di notizie false”.

Di fatto, le nuove regole subordinano gran parte del lavoro giornalistico sul campo alla discrezionalità delle autorità. Le Foreign Media Facilitation Guidelines 2026 non precisano infatti i tempi necessari per ottenere il No Objection Certificate (NOC), il certificato di non obiezione indispensabile per operare al di fuori delle tre città autorizzate.

Ciò significa che un giornalista potrebbe attendere settimane o addirittura mesi prima di ricevere il via libera, oppure non ottenere alcuna risposta, compromettendo gravemente la possibilità di documentare tempestivamente gli eventi in un Paese che conta oltre 240 milioni di abitanti.

Il governo pakistano respinge però le accuse di censura. Secondo Islamabad, le linee guida, entrate in vigore domenica, non avrebbero lo scopo di limitare il lavoro dei media, bensì di “fornire un meccanismo amministrativo” volto a verificare le testate, facilitare l’accesso alle aree interessate e coordinare le esigenze dei reporter.

Una spiegazione che non convince il direttore del quotidiano Dawn, Zaffar Abbas: “Si tratta di restrizioni ridicole e del tutto inaccettabili. Lavoro come giornalista in questo Paese da oltre quarant’anni, ho seguito due regimi militari e diversi governi civili autoritari, ma non avevo mai visto misure di questo tipo. Costringere i giornalisti a ottenere un NOC per spostarsi al di fuori delle tre principali città limita non solo la libertà di movimento, ma anche quella di stampa”.

Un altro elemento controverso delle nuove linee guida riguarda la possibilità di revocare l’accreditamento ai giornalisti responsabili di “atti contro l’ideologia, la sovranità, la sicurezza o l’ordine pubblico del Pakistan”. Una formulazione estremamente generica che, secondo i critici, lascia ampi margini di discrezionalità alle autorità.

Dal canto suo, il governo sostiene che qualsiasi sistema di accreditamento debba prevedere la possibilità di intervenire qualora “il titolare sia coinvolto in condotte che compromettano la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico”.

Nel frattempo, un gruppo di corrispondenti stranieri e il presidente della Federal Union of Journalists del Pakistan stanno cercando di organizzare un incontro con il ministro dell’Informazione per esprimere le proprie preoccupazioni.

Secondo diversi analisti, dietro la nuova stretta potrebbe celarsi la volontà del governo di limitare la copertura mediatica dei disordini che da mesi interessano il Kashmir amministrato dal Pakistan, territorio conteso con l’India da oltre settant’anni.

Dallo scorso giugno, gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza hanno provocato decine di morti, centinaia di feriti e numerosi arresti. Le proteste si sono estese a diverse località della regione e, in uno degli episodi più gravi, è precipitato anche un elicottero.

Le manifestazioni sono guidate dal Joint Awami Action Committee (JAAC), che sostiene di battersi per rivendicazioni di carattere sociale, tra cui il diritto all’assistenza sanitaria e a un approvvigionamento elettrico adeguato.

Le autorità accusano invece il movimento di voler sabotare le elezioni regionali e hanno dichiarato che non sarà loro consentito lasciare la città di Rawalakot.

Il JAAC era già stato dichiarato fuorilegge nel mese di giugno con accuse di terrorismo e sedizione. Il movimento respinge ogni accusa, ribadendo di essere un’organizzazione pacifica, di non ricevere sostegno dall’India e di finanziarsi esclusivamente attraverso le donazioni della diaspora del Kashmir amministrato dal Pakistan.

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