Una delle principali novità dei conflitti contemporanei riguarda il crescente ricorso a strumenti basati sull’intelligenza artificiale accanto agli armamenti tradizionali. In questo contesto, nelle ultime settimane sono emerse tensioni significative tra la società statunitense di IA Anthropic e il Dipartimento della Difesa americano, recentemente ribattezzato “Dipartimento della Guerra” dal presidente Trump.
Al centro del confronto vi è stata la decisione dell’azienda di mantenere restrizioni sull’impiego dei propri modelli, rifiutando di consentirne un uso indiscriminato per “tutti gli scopi legali”. La leadership di Anthropic, guidata da Dario Amodei, ha infatti espresso preoccupazione per possibili applicazioni di Anthropic in ambiti sensibili, quali la sorveglianza interna su larga scala, la gestione delle politiche migratorie e, soprattutto, l’integrazione in sistemi d’arma autonomi.
Tale posizione ha generato frizioni con le autorità statunitensi, interessate a un più ampio accesso a tecnologie avanzate di intelligenza artificiale per finalità di sicurezza nazionale. Il confronto si inserisce in un dibattito più ampio, che vede contrapporsi esigenze di difesa e innovazione tecnologica da un lato, e considerazioni etiche e di responsabilità sull’uso dell’IA dall’altro.
Mentre negli Stati Uniti Anthropic si confrontava pubblicamente con l’amministrazione Trump in merito all’impiego dei propri software, dal campo di battaglia sono emerse nuove evidenze di quanto queste tecnologie avanzate siano ormai ampiamente integrate negli apparati militari. Secondo diverse ricostruzioni, sistemi basati sull’intelligenza artificiale sarebbero infatti già stati impiegati nell’attuale conflitto iraniano. Questo perché un’integrazione dell’IA nei comandi militari permette la riduzione significativa dei tempi della cosiddetta “catena delle uccisioni”, ossia il processo che va dall’identificazione di un obiettivo militare alla sua validazione legale e al successivo attacco.
D’altro canto, un utilizzo massiccio di queste tecnologie presenta serie criticità. L’elevata velocità decisionale e il crescente grado di automazione rischiano infatti di comprimere gli spazi di valutazione umana, aumentando il margine di errore. Spesso è la popolazione civile a rimetterci, come nel caso delle centinaia di morti causati dal bombardamento di una scuola elementare in Iran, a poche ore dall’inizio delle ostilità.
Un altro rischio è stato evidenziato dallo stesso Dario Amodei, ossia la possibilità che tali strumenti non seguano sempre in modo prevedibile le indicazioni umane. Ciò è dovuto anche al fatto che una parte crescente del codice e dei processi di addestramento viene generata o ottimizzata tramite altri sistemi di IA, rendendo il funzionamento complessivo meno trasparente. In ambito sperimentale, questi modelli hanno mostrato comportamenti inattesi, interpretando determinati input non come istruzioni definitive ma come test o simulazioni. Il risultato è stato la produzione di risposte non allineate alle richieste iniziali, arrivando in alcuni casi al rifiuto del comando di spegnimento.
Vi è oltretutto una delicata questione etica associata all’impiego di tali strumenti in contesti bellici. Come evidenziato da David Leslie, professore presso la Queen Mary University di Londra, gli uomini al comando tendono ad affidarsi eccessivamente alle raccomandazioni delle macchine e a delegare così l’onere decisionale. La conseguenza sarebbe una forma di “distacco cognitivo”, in cui i responsabili militari si percepiscono meno coinvolti nelle conseguenze delle decisioni, poiché non ne sono direttamente gli autori, ma si limitano a eseguire delle indicazioni impersonali, rievocando per certi versi la macabra logica del “ho solo seguito degli ordini”.