La sesta fallimentare conclusione della Conferenza di esame del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) segna un momento di profonda crisi per la diplomazia globale. Riuniti a New York per quattro settimane di intensi negoziati, i delegati dei 191 Stati parte non sono riusciti a raggiungere un consenso su un documento finale comune. Questo stallo rappresenta il terzo fallimento consecutivo nei cicli di revisione del trattato, evidenziando una spaccatura geopolitica sempre più profonda proprio mentre aumentano i rischi legati ai conflitti attivi, alle minacce contro le centrali atomiche e all’avvento di nuove tecnologie destabilizzanti come l’intelligenza artificiale.
Il Presidente della Conferenza, il vietnamita Do Hung Viet, ha espresso forte rammarico per l’esito negativo. Nonostante la presentazione di ben quattro bozze successive e anni di lavoro preparatorio, i compromessi necessari hanno finito per indebolire i testi senza accontentare nessuno. La quarta e ultima revisione del documento aveva infatti già eliminato o edulcorato i passaggi più ambiziosi e critici su posizioni chiave come l’urgenza del disarmo, la condanna della modernizzazione degli arsenali e i riferimenti ai test nucleari sotterranei, preferendo concentrarsi su misure volontarie di dialogo e riduzione del rischio strategico.
I motivi del mancato consenso per l’esame del Trattato di Non Proliferazione Nucleare
A far deragliare definitivamente le trattative all’ultimo minuto sono state le insanabili divisioni su scenari specifici. Nel testo finale sono stati rimossi i riferimenti espliciti alla denuclearizzazione della penisola coreana e alle misure di sicurezza per la centrale ucraina di Zaporizhzhia, mentre il dibattito sul programma nucleare dell’Iran ha infiammato la sessione di chiusura. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno accusato apertamente Teheran di aver tenuto in ostaggio la conferenza per cancellare le proprie violazioni. Di contro, il rappresentante iraniano ha respinto le accuse, denunciando le recenti aggressioni militari subite da Washington e dal regime israeliano e tacciando le potenze nucleari occidentali di violare apertamente l’obbligo di smantellare i propri arsenali. Anche l’Unione Europea ha espresso preoccupazione, criticando la Russia per la militarizzazione dei siti nucleari ucraini e la Cina per l’opacità della sua crescita militare, mentre Mosca ha accusato le delegazioni occidentali di aver sfruttato la conferenza solo per regolare conti politici.
Nonostante il fallimento formale, l’Alto Rappresentante ONU per il disarmo, Izumi Nakamitsu, ha ricordato che gli obblighi giuridici del Trattato rimangono in vigore, esortando tuttavia le superpotenze a prendere molto sul serio questo terzo vuoto decisionale. Non ci può essere vera non proliferazione se gli Stati militarmente atomici continuano a ignorare i propri impegni sul disarmo.
Fonte: UN News