Carovana per la pace
È alla metà del suo cammino la Carovana panafricana per la pace e l’unità della Repubblica Democratica del Congo, partita lo scorso 24 marzo per percorrere un Paese devastato da una guerra infinita, con arrivo previsto il 30 maggio. Circa 2.500 chilometri, da ovest a est, percorsi su pulmini, moto, piroghe, trasporti locali e a piedi per rompere il silenzio su una delle più gravi crisi umanitarie del mondo. L’obiettivo degli organizzatori, appartenenti alla Società civile e a movimenti cittadini, è quello di denunciare la predazione delle risorse e le ingerenze esterne che alimentano i conflitti armati sul suolo congolese. «Queste guerre non ci appartengono», dichiarano. «Il popolo non deve più essere sacrificato sull’altare di una guerra che non lo riguarda».
Il viaggio di Binja e l’unità nazionale
Happiness Binja Yalala, 21 anni, del movimento Lucha (Lutte pour le changement), è una degli otto membri della carovana, che ha avuto inizio a Banana, sull’Atlantico, alla foce del fiume Congo, e si concluderà, dopo 64 giorni, a Kalemi, sulla sponda del lago Tanganika. «Da trent’anni il nostro Paese attraversa guerre e difficoltà», dice Binja, studentessa di giurisprudenza a Goma, il capoluogo del Nord Kivu. «Dobbiamo avere il coraggio di non rimanere in silenzio. Per questo camminiamo città per città, villaggio per villaggio, ripetendo lo stesso messaggio: “Il Congo è uno e indivisibile, nessuno può pensare di dividerlo”. Malgrado tutti i problemi, vogliamo rimanere un unico popolo. Dobbiamo anche scrivere una sola storia, perché le tragedie che stanno accadendo in tanti luoghi, fra i quali Goma, Bukavu e la provincia dell’Ituri, non riguardano solo chi vive là, ma tutto il Paese. La Carovana è il nostro contributo per la costruzione della pace».
Mobilitazione e sensibilizzazione nelle comunità
Sono numerose le organizzazioni, laiche e religiose, non solo congolesi, coinvolte in questa mobilitazione. In ogni luogo attraversato, i membri della carovana tengono incontri e assemblee con gli studenti e partecipano a trasmissioni radiofoniche per sensibilizzare e coinvolgere i cittadini e le autorità locali. «Questi momenti ricordano che la pace si costruisce anche attraverso la fratellanza, l’ascolto e l’impegno di ognuno di noi, e testimoniano il rifiuto dell’indifferenza e della rassegnazione. La pace non è un lusso, è un diritto», afferma Bija.
Le sfide del territorio e l’accoglienza popolare
Le immagini diffuse sui social restituiscono l’allegria e il divertimento, ma anche la fatica e le difficoltà del viaggio, dovute «al cattivo stato delle strade, piene di fango, buche, pozze d’acqua, dislivelli, sassi; alla mancanza di mezzi per mobilitare un maggior numero di persone e per organizzare forum; e al basso livello di educazione civica della popolazione», dichiara Bija. Tuttavia, i cittadini accolgono con entusiasmo i pacifisti, incoraggiandoli e mettendo a disposizione le proprie abitazioni per la notte, così come le chiese e le scuole.
Il ruolo della Chiesa e la pace come base dello sviluppo
La carovana ha ottenuto anche il supporto della Conferenza episcopale nazionale del Congo (Cenco), «Un sostegno morale e strategico che riflette il desiderio comune di federare le coscienze attorno a un ideale superiore: ristabilire la stabilità, rivitalizzare la speranza e riportare la dignità umana al centro dell’azione collettiva», dice uno dei partecipanti dalla pagina facebook. «La pace rappresenta la condizione essenziale per lo sviluppo sostenibile e la prosperità delle nazioni. Senza stabilità non ci possono essere investimenti solidi, né istruzione di qualità, né accesso equo ai servizi sociali di base. La pace favorisce la fiducia tra i cittadini, rafforza i legami tra le comunità e crea un clima favorevole alla cooperazione, all’innovazione e alla crescita. Ed è anche la base della coesione sociale, perché permette alle persone di vivere insieme rispettando le differenze, favorendo il dialogo e costruendo una società in cui ogni individuo si senta protetto, riconosciuto e valorizzato».
Un bilancio positivo e i rischi della violenza nel Kivu
Il bilancio di questo primo mese di cammino è, per Binja, «molto positivo, al di là delle mie aspettative iniziali. Questo mi rafforza e mi dà il coraggio di continuare e di contribuire, anche modestamente, al futuro del nostro Paese. Partecipare a questa iniziativa, per me e per tutta la squadra, non è solo un privilegio, è anche una fortuna».Per motivi di sicurezza, la carovana non attraverserà il Kivu, dove la violenza non concede tregua da quando, oltre un anno fa, l’M23/Afc (Alleanza del Fiume Congo), sostenuto dal Rwanda, e gruppi armati stranieri, tra cui l’Adf, hanno occupato questa parte del Paese, perpetrando omicidi, stupri, saccheggi, torture sistematiche e atrocità senza fine. Tutto questo nonostante gli accordi stipulati tra i governi congolese e rwandese, mediati dagli Stati Uniti e dal Qatar.