giovedì, Aprile 30, 2026

Trump mette in crisi la NATO e rilancia Sánchez

Il summit di luglio ad Ankara si avvicina in un clima di tensione crescente. Washington spinge su spese e dazi, Erdoğan ha altri piani. In Spagna, intanto, l'aggressività americana rafforza il premier socialista.

by Adriana Randazzo
NATO

Il conto alla rovescia per il vertice NATO di luglio ad Ankara è iniziato, ma l’atmosfera che circonda l’appuntamento è tutt’altro che serena. Secondo quanto riportato da fonti diplomatiche, le ultime settimane hanno visto le cancellerie alleate lavorare freneticamente a una serie di soluzioni “tecniche” per scongiurare il rischio che il summit si trasformi in un campo di battaglia. Al centro della preoccupazione c’è, ancora una volta, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, le cui prese di posizione continuano a destabilizzare il fronte occidentale.

Un’Alleanza sotto pressione

Il nodo principale riguarda la questione della spesa militare. Trump ha ripetuto con forza la sua richiesta agli alleati europei di portare i propri budget della difesa al 5% del PIL — una soglia che la stragrande maggioranza dei Paesi membri è ben lontana dal raggiungere e che molti analisti considerano irrealistica nel breve periodo. La richiesta americana non è nuova, ma il tono con cui viene avanzata in questa fase pre-vertice è giudicato dagli esperti come particolarmente aggressivo.

A complicare ulteriormente il quadro ci sono le dichiarazioni del segretario generale della NATO Rutte, impegnato in una navigazione diplomatica ad alto rischio, e le posizioni del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che da Ankara — città che ospiterà il vertice — sembra avere un’agenda propria. La Turchia, membro storico dell’Alleanza ma da sempre interlocutore scomodo, potrebbe sfruttare la propria posizione di Paese ospitante per rilanciare le proprie rivendicazioni sul dossier kurdo e su altri temi bilaterali con Washington e Bruxelles.

Sul fronte militare, le tensioni si sommano a quelle già esistenti legate al conflitto in Ucraina. La questione dei droni — e in particolare del loro utilizzo da parte di attori non statali — è emersa come uno dei punti più delicati dell’agenda tecnica che i diplomatici stanno cercando di costruire in vista di luglio.

Il generale Camporini: “Il tycoon non può uscire dalla NATO, ma dobbiamo essere pronti

In un’intervista pubblicata a margine della vicenda, il generale Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa italiana, ha offerto una lettura lucida e preoccupata della situazione. Secondo Camporini, l’ipotesi che Trump possa portare gli Stati Uniti fuori dall’Alleanza Atlantica è da escludersi sul piano formale — il Trattato di Washington prevede procedure di espulsione per un Paese membro che non siano facilmente percorribili —, ma ciò non significa che l’Europa possa permettersi di restare immobile.

Dobbiamo essere pronti“, ha detto il generale, sottolineando come l’Europa debba accelerare il processo di integrazione delle diverse capacità militari nazionali, rafforzare la propria industria della difesa e pensare seriamente a una struttura di comando autonoma. Un’autonomia strategica che, nelle parole di Camporini, non significa necessariamente rottura con Washington, ma riduzione della dipendenza.

In Spagna, Trump fa salire i sondaggi di Sánchez

A migliaia di chilometri da Ankara, le tensioni transatlantiche producono un effetto paradossale quanto politicamente rilevante: in Spagna, l’aggressività della Casa Bianca sta gonfiando le vele del premier socialista Pedro Sánchez.

Secondo le ultime rilevazioni demoscopiche, il governo di Madrid ha registrato un incremento di consensi direttamente correlato alle polemiche con Washington. La tensione diplomatica tra Spagna e Stati Uniti — alimentata da dichiarazioni di esponenti americani giudicate offensive dall’opinione pubblica iberica — ha compattato l’elettorato progressista e attirato simpatie anche in settori tradizionalmente più moderati.

Sánchez ha saputo capitalizzare il momento, rilanciando la propria narrazione europeista e difendendo con toni accesi la sovranità spagnola di fronte a quello che viene percepito come un tentativo di ingerenza da parte di Washington. Un copione che, in chiave elettorale, sembra funzionare: le opposizioni di destra faticano a trovare una risposta efficace a un premier che si presenta come argine all’arroganza americana.

Un Occidente frammentato

Il quadro complessivo che emerge da questi sviluppi è quello di un Occidente sempre più frammentato, in cui la leadership americana — tradizionalmente collante dell’Alleanza — è diventata essa stessa fonte di instabilità. Il vertice di Ankara sarà un banco di prova cruciale: la diplomazia europea ha ancora settimane per trovare una formula che permetta di tenere insieme un’alleanza sempre più messa alla prova dall’interno.

Fonte: Il Corriere della Sera

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