L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato mercoledì una risoluzione storica che dichiara formalmente la tratta transatlantica degli africani ridotti in schiavitù come “il crimine più grave contro l’umanità”. Un atto dal forte valore simbolico e politico, che riapre con rinnovata urgenza il dibattito internazionale sulla giustizia riparatrice e sul modo in cui il mondo contemporaneo deve fare i conti con i propri crimini storici.
Il testo è passato con 123 voti favorevoli, tre contrari e 52 astensioni. Tra chi ha votato contro figurano Argentina, Stati Uniti e Israele, mentre i Paesi dell’Unione Europea e la Gran Bretagna hanno scelto la via dell’astensione. Sebbene le risoluzioni dell’Assemblea Generale non abbiano valore giuridicamente vincolante, esse riflettono il sentimento della comunità internazionale e contribuiscono a definire l’agenda globale sui diritti umani.
L’iniziativa è stata promossa dal Ghana. Il presidente John Dramani Mahama si è recato personalmente a New York per sostenere la votazione, dichiarando davanti all’Assemblea che il testo “serve come baluardo contro l’oblio” e come un passo concreto verso la guarigione delle ferite storiche. Il ministro degli Esteri ghanese Samuel Okudzeto Ablakwa ha difeso con forza la singolarità del fenomeno, ricordando che nessun’altra atrocità nella storia ha avuto una durata così prolungata — più di trecento anni — né un impatto così sistematico e devastante su scala globale.
La risoluzione non si limita a una condanna simbolica. Afferma che la schiavitù e la tratta transatlantica hanno rappresentato un’ingiustizia di portata, durata e brutalità eccezionali, le cui conseguenze persistono ancora oggi sotto forma di razzismo strutturale, disuguaglianze economiche e dinamiche neocoloniali. Invita quindi i Paesi a dotarsi di meccanismi concreti di giustizia riparatrice, che possono includere scuse formali, risarcimenti economici e riforme strutturali. Il testo affronta anche la questione della restituzione dei beni culturali, chiedendo la restituzione rapida e senza ostacoli di opere d’arte, documenti storici e pezzi del patrimonio ai loro Paesi di origine. Il Segretario Generale António Guterres ha definito la schiavitù un crimine che “ha attaccato il nucleo stesso della condizione umana”, invitando la comunità internazionale a lavorare per “la verità, la giustizia e la riparazione”.
Le reazioni contrarie, tuttavia, non si sono fatte attendere. Washington ha bollato il documento come “altamente problematico”, sostenendo che non esiste una base giuridica per esigere riparazioni per fatti che, all’epoca in cui si verificarono, non erano considerati illegali ai sensi del diritto internazionale. Gli Stati Uniti hanno anche messo in guardia contro il rischio di instaurare una sorta di competizione tra le diverse tragedie della storia. Argomentazioni simili hanno guidato le astensioni europee: la Francia ha avvertito che confrontare atrocità storiche rischia di avvenire a scapito della memoria delle vittime, mentre la Gran Bretagna ha insistito sulla necessità di affrontare anche le forme contemporanee di schiavitù, dalla tratta di esseri umani al lavoro forzato.
Il voto onusiano si inserisce in un clima internazionale già segnato da tensioni sulla memoria storica. Arriva infatti a pochi giorni dal riacuirsi della disputa tra Messico e Spagna sull’eredità della Conquista, a riprova di come questi nodi irrisolti trascendano i confini bilaterali per diventare questioni di portata globale. In questo contesto, le parole del re Felipe VI di Spagna — che ha invitato a evitare il “presentismo morale” — suonano quasi come una risposta indiretta allo spirito che ha animato la risoluzione, ovvero la convinzione che i crimini del passato abbiano conseguenze reali e misurabili nel presente, e che riconoscerli non sia un esercizio retorico ma un atto di giustizia ancora necessario.
Fonte: La Nación