Mojtaba Khamenei ha assunto la guida dell’Iran a seguito dell’uccisione del padre, l’Ayatollah Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio 2026 in un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele a Teheran. Il suo nome, pur non essendo nuovo nel panorama politico iraniano, ha suscitato diverse perplessità.
In primo luogo, Mojtaba ha mantenuto nel corso degli anni un profilo molto discreto, non avendo mai ricoperto incarichi governativi né tenuto discorsi pubblici, alimentando dubbi sulla sua effettiva preparazione a ricoprire un ruolo così centrale. In secondo luogo, la sua ascesa appare in contrasto con i criteri tradizionali di selezione della Guida Suprema nella Repubblica Islamica, storicamente fondati su autorevolezza religiosa e comprovata capacità di leadership, piuttosto che su logiche dinastiche. Infine, emergono riserve circa il consenso interno alla sua successione: secondo quanto riportato da un membro dell’Assemblea degli Esperti, l’organo clericale incaricato di nominare la Guida Suprema, Ali Khamenei avrebbe espresso in passato la propria contrarietà all’ipotetica candidatura del figlio, pur senza mai affrontare pubblicamente la questione.
In questo quadro, l’avvio del suo mandato è accompagnato da forti aspettative e da interrogativi sulla direzione politica che intenderà imprimere al Paese. Rimane forte la curiosità circa la continuità con le politiche rigide del padre. Secondo alcune interpretazioni, la perdita di gran parte della sua famiglia negli attacchi nemici potrebbe accentuarne l’intransigenza, alimentando anche un possibile ricorso a forme di vendetta personale. Allo stesso tempo, Mojtaba dovrà confrontarsi anche con un Paese profondamente segnato da una crisi economica e politica. La sfida sarà, dunque, duplice: da un lato garantire la stabilità e la sopravvivenza della Repubblica Islamica, dall’altro convincere la popolazione della propria legittimità e capacità di guidare l’Iran in una fase così delicata.
L’attuale situazione di incertezza iraniana viene osservata con attenzione anche a livello internazionale. Il 24 marzo, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che in precedenza si era detto fortemente contrario all’ascesa di Mojtaba, parlando con alcuni giornalisti, si è detto soddisfatto dei cambiamenti che il regime iraniano starebbe attraversando. Tuttavia, al vertice della Repubblica Islamica non si è verificato alcun vero ribaltamento; piuttosto, dopo settimane di bombardamenti, il sistema di potere appare profondamente trasformato, anche in seguito all’uccisione di diversi esponenti di primo piano. Oltre al precedente leader, sarebbe stato infatti ucciso anche Ali Larijani, figura chiave nel settore della sicurezza e particolarmente apprezzata dall’opinione pubblica.
Parallelamente, Mojtaba starebbe adottando, almeno per ora, un profilo politico cauto: non è ancora intervenuto in pubblico e si rivolge alla popolazione esclusivamente attraverso comunicati scritti, alimentando così anche alcune speculazioni sul suo stato di salute e sulla reale solidità della sua leadership. La soddisfazione espressa da Trump si inserisce quindi in un quadro in cui la significativa perdita di figure di vertice e l’attuale incertezza al comando vengono interpretate come un indebolimento dell’assetto iraniano e, di conseguenza, come uno sviluppo potenzialmente favorevole agli interessi statunitensi.
Tuttavia, Washington dovrebbe astenersi dal festeggiare in anticipo, poiché stanno emergendo, nell’ombra, nuove figure del panorama politico iraniano che potrebbero assumere un ruolo centrale nel negoziato, ancora embrionale, con gli Stati Uniti. Il primo è Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento; il secondo è Mohammad Bagher Zolghadr, subentrato ad Ali Larijani e nominato alla guida del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. La loro possibile ascesa appare indicativa della direzione che il regime potrebbe intraprendere qualora Mojtaba non riuscisse a consolidare pienamente la propria leadership. Entrambi appartengono ai Guardiani della Rivoluzione, il principale apparato militare della Repubblica Islamica, e condividono una posizione marcatamente ostile nei confronti degli Stati Uniti, e ancor più di Israele. Ali Larijani, paradossalmente, sarebbe stato un interlocutore più gestibile rispetto a questi nuovi possibili protagonisti.