Per anni in India le forze di polizia nazionali si sono dovute scontrare con ribelli maoisti in un clima segnato da forti tensioni e preoccupazioni per la sicurezza interna. I maoisti, conosciuti anche come “Naxaliti”, dal nome del villaggio Naxalbari dove l’insurrezione ebbe inizio nel 1967, a partire dagli anni Ottanta si sono progressivamente insediati in aree boschive e periferiche delle regioni centrali e orientali del Paese. Sono riusciti così a sottrarsi alle operazioni repressive che nelle fasi inziali li avevano sbaragliati.
Il movimento era inizialmente composto da membri della classe media ma ha poi esteso il reclutamento alle comunità tribali, tra le più marginalizzate del Paese, promettendo loro protezione contro l’espropriazione delle terre legata ai grandi progetti industriali. È sulla base di queste premesse che si sono sviluppate le prime insorgenze del movimento. Dal 2000, oltre 12.000 persone sono morte in circostanze di violenza legate al maoismo: i ribelli hanno compiuto attentati contro politici e forze di polizia, sabotato progetti minerari e incendiato infrastrutture, tra cui torri di telecomunicazione. Intorno al 2010, il fenomeno aveva raggiunto una diffusione tale che si stimava la presenza di circa 20.000 combattenti attivi in un terzo dei distretti indiani.
Negli ultimi anni, tuttavia, la situazione sembra aver subito un’evoluzione significativa. Le forze di sicurezza indiane hanno intensificato le operazioni contro i maoisti portando, secondo alcune stime, all’uccisione di circa 748 guerriglieri (tra cui diversi leader di primo piano). Ciò avrebbe contribuito a ridurre drasticamente la loro presenza, ormai circoscritta a poche aree. Un esempio emblematico è la completa liberazione del villaggio di Kutul, nello stato di Chhattisgarh, un tempo considerato una roccaforte dei ribelli.
Molti abitanti tribali delle aree precedentemente controllate dai guerriglieri hanno espresso sollievo per il cambiamento. Intervistati da The Economist, hanno descritto un sistema di controllo oppressivo, in cui i ribelli costringevano la popolazione a svolgere commissioni, fornire cibo e partecipare a lezioni di teoria marxista. “La loro ideologia era valida, ma uccidevano chiunque disobbedisse”, ha dichiarato un abitante.
I maoisti, inoltre, ostacolavano l’accesso all’istruzione della popolazione locale, impedivano la costruzione di infrastrutture essenziali, come le strade, e imponevano pratiche coercitive, tra cui la vasectomia. Al contempo, contrariamente alle aspettative di un’organizzazione fondata su un’uguaglianza radicale, il potere risultava concentrato nelle mani di pochi appartenenti a caste elevate e provenienti da altri Stati.
Nonostante i benefici evidenti derivanti dal ridimensionamento del movimento, le operazioni condotte dal governo indiano sollevano due principali perplessità. La prima riguarda il livello di violenza che ha caratterizzato la lotta contro i maoisti. Se da un lato alcuni membri del movimento hanno accettato incentivi economici per arrendersi, dall’altro, coloro che hanno opposto resistenza sono stati uccisi in modo particolarmente brutale. A questo proposito, diverse organizzazioni della società civile e alcuni esponenti politici hanno accusato le forze di sicurezza di aver eliminato insorti che avrebbero potuto essere semplicemente catturati.
La seconda riguarda le motivazioni di fondo delle operazioni, soprattutto nel villaggio di Kutul. Alcuni abitanti si interrogano sull’eventuale presenza di un obiettivo secondario del governo volto a liberare l’area dalla presenza maoista. I territori delle comunità tribali ospitano infatti alcune delle più importanti riserve minerarie del Paese, tra cui giacimenti di ferro. In questo contesto, vi è il timore che l’allontanamento degli insorti possa favorire lo sfruttamento industriale di tali risorse, esponendo nuovamente le comunità locali al rischio di marginalizzazione ed espulsione.