Nei giorni scorsi il parlamento di Israele ha approvato una legge che impone la pena di morte per i palestinesi condannati di omicidio ai danni di cittadini israeliani. La legge è stata approvata in terza e ultima lettura alla Knesset con 62 voti favorevoli e 48 contrari, con il primo ministro Benjamin Netanyahu tra i sostenitori. Questa misura ha suscitato aspre critiche da parte di diversi paesi europei e di gruppi di advocacy per i diritti umani, che hanno esortato il governo a riconsiderare.
La pena di morte non è del tutto nuova all’ordinamento israeliano: è infatti già prevista, ma applicata solo a casi “eccezionali” come crimini di guerra o contro il popolo ebraico. La sua ultima applicazione risale al 1962 e ha visto l’esecuzione nei confronti del criminale nazista tedesco Adolf Eichmann. Tuttavia, a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, esponenti della destra e dell’estrema destra israeliana hanno spinto per un suo ampliamento.
La nuova legislazione prevede l’applicazione della pena di morte ai palestinesi della Cisgiordania occupata riconosciuti colpevoli da tribunali militari israeliani di aver compiuto intenzionalmente attacchi mortali qualificati come atti di terrorismo. Il disegno di legge stabilisce che i condannati siano detenuti in strutture separate, senza possibilità di ricevere visite familiari e con accesso limitato all’assistenza legale, consentita solo tramite mezzi telematici. Le esecuzioni dovranno essere eseguite entro 90 giorni dalla sentenza.
Tra i diversi oppositori alla nuova legislazione figurano diversi stati europei. Prima del voto, Regno Unito, Francia, Germania e Italia hanno, infatti, espresso “profonda preoccupazione” per le possibili implicazioni della misura, sottolineando come essa rischi, tra le altre cose, di compromettere gli impegni democratici di Israele. Anche l’Autorità Nazionale Palestinese, e lo stesso Presidente Mahmoud Abbas, hanno condannato il provvedimento, definendolo un tentativo di “legittimare uccisioni extragiudiziali sotto copertura legislativa”.
Diverse organizzazioni non governative, tra cui Amnesty International e l’Associazione per i diritti civili in Israele, hanno chiesto alle autorità israeliane di abrogare la norma. Secondo le ONG, la legge conferirebbe al governo una sorta di ‘carta bianca’ nell’applicazione della pena capitale, riducendo al minimo le garanzie di un giusto processo. L’Associazione per i diritti civili in Israele ha, inoltre, presentato ricorso alla Corte Suprema, contestando l’incostituzionalità del provvedimento e il suo carattere discriminatorio.
Secondo molti esperti la nuova normativa solleverebbe anche dubbi di legittimità. In particolare, Amichai Cohen, membro dell’Istituto Democratico di Israele, sostiene che il diritto internazionale non consenta al parlamento di legiferare per la Cisgiordania, in quanto quest’ultima non fa parte del territorio sovrano dello Stato, ma costituisce un territorio straniero sottoposto a occupazione militare. Nel settembre 2024, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha, infatti, chiesto la fine dell’occupazione israeliana entro un anno, dando seguito a un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, che ha qualificato l’occupazione come “illegale”.
Tuttavia, Israele ha respinto le critiche e difeso la legislazione. In una nota, la sua missione presso l’Unione Europea e la NATO ha affermato che la proposta è “limitata nella sua portata” e conforme ai principi generalmente accettati in materia di pena di morte, gli stessi in vigore negli Stati Uniti. L’ambasciata ha inoltre sottolineato che la legge prevede la possibilità di grazia presidenziale, mantiene la discrezionalità giudiziaria e non introduce automatismi nella condanna, prevedendo invece il diritto di appello e la possibilità per la leadership politica di sospendere l’esecuzione.
Resta, dunque, da vedere come si pronuncerà la Corte Suprema israeliana. Pur essendo già entrata in vigore, la legge rimane infatti soggetta al controllo di legittimità costituzionale. In questo quadro, le aspettative si concentrano sulla capacità dell’Alta Corte di valutarne le criticità e le possibili ripercussioni sul piano internazionale.
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