Il primo round di negoziati tra Stati Uniti, Iran ed Israele tenutosi ad Islamabad non si è concluso con un esito positivo. Troppi sono ancora i punti di disaccordo tra le parti: dalla riapertura di Hormuz, all’impiego del nucleare iraniano per scopi civili, fino alla questione degli asset iraniani congelati. In questo quadro, un ruolo centrale nella mediazione lo ha avuto il Pakistan.
Quello che sorprende è che, fino a pochi anni fa, il paese non godeva di una reputazione particolarmente solida sul piano internazionale; oggi invece è riuscito a far valere i suoi legami con l’Iran e a consolidare un rapporto di fiducia anche con l’amministrazione Trump. A concedere al Pakistan una certa leva sono stati anche i rapporti consolidati con la Cina, nonché il partenariato militare con l’Arabia Saudita, principale potenza economica del Golfo Persico.
Peraltro, il Pakistan è da tempo un intermediario privilegiato nei rapporti con l’Iran. L’ambasciata pachistana a Washington ospita infatti la rappresentanza diplomatica iraniana negli Stati Uniti sin dalla Rivoluzione Iraniana, quando Teheran e Washington interruppero le relazioni diplomatiche. L’Iran guarda con favore al Pakistan in quanto il paese non ospita basi militari statunitensi, non ha riconosciuto lo Stato di Israele e accoglie una delle più ampie comunità sciite al di fuori del territorio iraniano.
I rapporti tra Pakistan e Stati Uniti sono più complicati. Per molti anni, infatti, i governi pachistani sono stati accusati dagli americani di “fare il doppio gioco” durante l’intervento militare in Afghanistan (2001-2021), fornendo sostegno agli Stati Uniti, ma al contempo, mentendo legami anche con i talebani. Questo ha portato Washington a provare una certa diffidenza nei confronti del paese.
In questo quadro, la disponibilità degli Stati Uniti ad accettare la mediazione pakistana è legata anche a dinamiche personali e politico-militari. In particolare, ha inciso il rapporto tra il presidente statunitense e il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir. Tale relazione si è rafforzata all’inizio del 2025, in seguito al breve conflitto tra Pakistan e India mediato dallo stesso Trump. Da allora, Munir ha visitato Washington in più occasioni, consolidando un canale diretto con la Casa Bianca e valorizzando anche legami economici tra ambienti vicini all’amministrazione statunitense e il Pakistan.
A ciò si aggiungono ulteriori elementi di natura politica e simbolica: il governo pakistano ha infatti proposto Trump per il Premio Nobel per la Pace e ha aderito con favore alla sua iniziativa di un consiglio per la pace volto a promuovere una soluzione al conflitto nella Striscia di Gaza.
Ad oggi, il Pakistan ha proposto un secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, da tenersi prima della fine del cessate il fuoco. Nel frattempo, il blocco navale imposto da Trump (garantito da 15 navi USA) è diventato realtà nello stretto di Hormuz, aprendo un nuovo, incerto capitolo del conflitto. “La chiusura è un danno” ha dichiarato la presidente della Commissione europea Von der Leyen.
Il momento sembra positivo per la democrazia in Medio Oriente. I rappresentanti di Israele e Libano si sono incontrati a Washington. In una nota congiunta si legge che “le parti hanno avuto discussioni costruttive sulle misure necessarie per avviare negoziati diretti tra i due Paesi”. L’incontro ha segnato il primo contatto di alto livello tra i governi israeliano e libanese dal 1993 e ha ricevuto l’approvazione di Trump, che si è detto soddisfatto dell’esito dei dialoghi.
Secondo la nota, le parti hanno espresso la volontà di andare oltre il quadro dell’accordo del 2024, nella prospettiva di un’intesa di pace più ampia, ribadendo al contempo il sostegno al diritto di Israele di difendersi dagli attacchi in corso da parte di Hezbollah. È stato anche reiterato che ogni accordo di cessate il fuoco dovrà avvenire tra governi, sotto mediazione statunitense, escludendo canali paralleli. In questa prospettiva, i negoziati potrebbero favorire aiuti alla ricostruzione del Libano e nuove opportunità di investimento per entrambe le parti.