giovedì, Maggio 14, 2026

C’è aria di tensione nel regime iraniano

La breve apertura dello Stretto di Hormuz alimenta speculazioni sulle divisioni interne e sul futuro dei negoziati con Washington

by Rachele Gabbin
C’è aria di tensione nel regime iraniano

Venerdì scorso, una notizia aveva alimentato un cauto ottimismo a livello internazionale: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva annunciato su X la riapertura dello Stretto di Hormuz. Secondo le sue parole, l’area sarebbe rimasta operativa fino alla scadenza del cessate il fuoco con Israele e Stati Uniti, prevista per il 22 aprile, al fine di favorire i negoziati.

Il presidente statunitense Trump non aveva perso tempo e aveva risposto alle dichiarazioni del ministro con un messaggio di ringraziamento rivolto all’Iran, adottando un tono insolitamente conciliatorio rispetto alla retorica abituale.

Tuttavia, appena due giorni dopo, i Guardiani della Rivoluzione (conosciuti anche come Pasdaran), il corpo militare più intransigente dell’Iran, hanno annunciato una nuova chiusura dello stretto, ordinando alle navi che si erano mobilitate per attraversarlo di fare marcia indietro e attaccandone almeno due. Il messaggio trasmesso via radio dai GRI alle imbarcazioni parla chiaro: “Apriremo lo stretto quando ci sarà ordinato dal nostro leader, l’imam Khamenei, e non sulla base di un tweet di qualche idiota”.

Sorge dunque spontanea una domanda: cosa spiega un cambiamento di approccio così repentino? Secondo alcuni analisti, questo sviluppo potrebbe riflettere tensioni interne al regime iraniano. Da un lato, l’ala politica rappresentata, tra gli altri, da Abbas Araghchi sembrerebbe più incline al dialogo e alla negoziazione; dall’altro, la componente militare e religiosa incarnata dai Guardiani della Rivoluzione e sostenuta da settori più conservatori, appare decisamente meno favorevole a compromessi e ad un accordo con gli Stati Uniti.

Istituiti nel 1979 per contrastare minacce controrivoluzionarie al regime, i GRI sembrano oggi aver rafforzato il proprio peso non solo sul piano militare, ma anche in ambito politico-istituzionale. Figure ad essi riconducibili occupano infatti posizioni di rilievo, come Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento, e Mohammad Bagher Zolghadr, nominato alla guida del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. La loro crescente influenza contribuisce quindi a spiegare una dicotomia che, di per sé, non rappresenta una novità nella politica estera iraniana, ma che nel contesto attuale potrebbe ostacolare il raggiungimento di un accordo con gli Stati Uniti. Nel quadro degli attuali negoziati, questa contrapposizione emerge su alcuni temi centrali, tra cui il programma nucleare iraniano, il sostegno alle milizie regionali riconducibili all’“Asse della resistenza” e, appunto, il controllo dello Stretto di Hormuz.

Esiste comunque un’ulteriore chiave di lettura degli eventi intercorsi tra venerdì e sabato. Secondo alcuni esperti, la rapida decisione di richiudere lo Stretto di Hormuz potrebbe essere interpretata come una semplice ritorsione nei confronti del presidente Trump. Secondo questa tesi, la riapertura iniziale dello Stretto, annunciata da Araghchi, altro non sarebbe stata che un test volto a verificare la disponibilità statunitense di allentare il blocco navale che al momento sta impedendo alle navi di salpare o approdare nei porti iraniani.

A conferma di ciò, poco dopo la nuova chiusura di Hormuz, il Presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, membro del team negoziale, ha accusato sui social la controparte statunitense di aver fornito informazioni fuorvianti sulle tempistiche della rimozione delle sanzioni. Ghalibaf ha ribadito che le restrizioni iraniane rimarranno, quindi, in vigore finché non verranno revocate quelle imposte da Washington.

FONTE: IL POST

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