Il governo cinese è accusato da anni di gravi violazioni di diritti umani ai danni delle minoranze musulmane nella regione dello Xinjiang. Secondo diversi rapporti internazionali, dal 2016, il Partito Comunista Cinese avrebbe, infatti, sottoposto gli uiguri e altri gruppi etnici a maggioranza musulmana a pratiche riconducibili a genocidio, lavoro forzato e crimini contro l’umanità. Secondo alcune testimonianze dirette, gli abusi si estenderebbero anche alla provincia costiera del Fujian, dove le minoranze subirebbero quotidianamente forme sistematiche di discriminazione.
Anche alla luce di questo contesto citrico, il rapporto della Cina con i cinque ex Paesi sovietici confinanti a ovest dello Xinjiang, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, appare particolarmente complesso. Si tratta di Stati fortemente dipendenti economicamente da Pechino che tendono a garantire piena lealtà politica al regime anche attraverso la repressione di forme di dissenso interno, sempre più frequenti e spesso duramente punite.
Ne è un esempio quanto accaduto il 13 aprile, quando un tribunale kazako ha condannato undici persone a cinque anni di carcere e altre otto a pene non detentive per aver preso parte a una manifestazione contro il governo di Xi Jinping. Durante la protesta i dimostranti avrebbero urlato frasi come “Abbasso la Cina!”, “Abbasso il Partito Comunista!” e “Abbasso Xi Jinping!” poco prima di bruciare e calpestare alcune bandiere cinesi e un ritratto del presidente. La corte li ha giudicati colpevoli di incitamento all’odio razziale contro il popolo cinese.
La protesta era nata per chiedere la liberazione di Alimnur Turganbay, cittadino kazako detenuto in Cina, ma tra le rivendicazioni dei manifestanti figuravano soprattutto le denunce sugli abusi nello Xinjiang, dove anche i kazaki rientrerebbero tra le minoranze musulmane rinchiuse nei campi di rieducazione e sottoposte a restrizioni nelle pratiche religiose.
Pechino continua, tuttavia, a respingere ogni accusa. Già nel 2022 il governo aveva tentato fino all’ultimo di bloccare la pubblicazione di un rapporto delle Nazioni Unite che denunciava i crimini commessi nello Xinjiang, definendolo una “calunnia anticinese”. Le autorità cinesi, inoltre, hanno a lungo sostenuto che i cosiddetti ‘campi’ fossero in realtà centri di formazione professionale pensati per contrastare l’estremismo religioso, affermando poi che tali strutture sarebbero state chiuse perché tutti gli ‘studenti’ avrebbero completato il proprio percorso accademico. Anche il trasferimento forzato di lavoratori rurali verso le fabbriche è stato inserito da Pechino nella narrazione della ‘lotta alla povertà’, una giustificazione che trasforma un sistema di controllo e coercizione in un apparente piano di sviluppo e benessere sociale.
La consapevolezza internazionale su quanto accade nella regione è, però, ormai consolidata. Un passo decisivo è stato compiuto dagli Stati Uniti con l’approvazione, nel dicembre 2021, dell’Uyghur Forced Labor Prevention Act: il provvedimento blocca l’ingresso nel mercato americano dei prodotti originari dello Xinjiang, presumendone il legame con il lavoro forzato.
A dare voce alle vittime è Amnesty International, che tramite i propri report denuncia le violenze subite dalle minoranze etniche a maggioranza musulmana. L’organizzazione no profit ha anche indetto una petizione globale che ha raccolto l’adesione di 323.000 cittadini, uniti nel chiedere la fine delle detenzioni arbitrarie e delle sistematiche violazioni dei diritti umani da parte del governo cinese.
FONTE: THE ECONOMIST