giovedì, Giugno 4, 2026

Trump avverte Netanyahu: “Saresti in prigione se non fosse per me”

Dietro i nuovi bombardamenti a Beirut e l'estensione del conflitto nel Golfo, si assiste a nuove frizioni tra la Casa Bianca e lo storico alleato

by Rachele Gabbin
Trump avverte Netanyahu: “Saresti in prigione se non fosse per me”

La guerra in Medio Oriente è entrata nel suo 97° giorno. Il conflitto ha subito una nuova espansione in tutta la regione del Golfo, con entrambe le fazioni che segnalano ulteriori operazioni militari.

Il comando statunitense ha ricondotto ad azioni di ‘autodifesa’ i raid condotti sull’isola iraniana di Qeshm, teatro di diverse esplosioni confermate anche dai media di Teheran.

L’escalation ha ormai travolto i paesi vicini: nelle prime ore di ieri, mercoledì 3 giugno, un attacco iraniano condotto con droni e missili ha investito l’aeroporto internazionale del Kuwait, provocando feriti e costringendo le autorità a dirottare i voli. Parallelamente, il Bahrein ha attivato le sirene d’allarme a seguito delle minacce nello spazio aereo.

Sul fronte dei contrapposti bollettini militari, lo United States Central Command (CENTCOM) ha annunciato l’intercettazione di numerosi vettori e droni iraniani. Di contro, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) ha rivendicato il bombardamento di asset militari statunitensi nella regione, descritto come ritorsione immediata ai raid di Washington.

Nel frattempo, i toni tra il presidente statunitense Trump e il primo ministro israeliano Netanyahu si sarebbero accesi notevolmente. Il motivo della dura frizione è riconducibile alle continue minacce di Israele di riprendere i raid aerei sulla periferia meridionale del Libano.

Secondo quanto riferito da Axios, sito web statunitense noto per le sue frequenti indiscrezioni sui colloqui ad alto livello tra i due leader, Trump avrebbe affrontato duramente Netanyahu per via dei suoi piani militari, arrivando a definirlo un “cazzo di pazzo”. Durante la telefonata, il presidente USA avrebbe poi aggiunto: “Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Adesso ti odiano tutti. Tutti odiano Israele a causa di questo”.

Il colloquio telefonico è avvenuto subito dopo che Netanyahu aveva ordinato all’esercito israeliano di riprendere i bombardamenti nella zona meridionale di Dahiya, a Beirut, per colpire Hezbollah, la milizia sostenuta dall’Iran che ha lanciato attacchi con droni contro Israele. Nelle ore precedenti, le Forze di Difesa Israeliane avevano invitato i civili libanesi a evacuare le aree del sud della capitale, provocando la fuga di migliaia di persone.

Dinanzi a questa evoluzione, Teheran ha annunciato la sospensione dei colloqui di pace con gli Stati Uniti. Fin dalla firma del cessate il fuoco, l’Iran aveva infatti sostenuto che la tenuta dell’accordo di pace provvisorio sarebbe stata subordinata all’interruzione dei bombardamenti sul Libano. Da quel momento, tuttavia, Israele ha violato ripetutamente la tregua continuando le sue incursioni nel territorio libanese, una condotta che ha più volte scatenato l’ira di Trump.

Entrambi i leader si trovano oggi ad affrontare pesanti pressioni incrociate. Per quanto riguarda Trump, oltre ad avere gli occhi della comunità internazionale puntati addosso, questo deve fare i conti con il giudizio dell’opinione pubblica, secondo cui gli Stati Uniti starebbero combattendo una guerra per conto di Israele senza nemmeno riuscire a vincerla. Questo nonostante il presidente avesse assicurato che il conflitto si sarebbe concluso nel giro di appena due settimane.

A ciò si aggiungono le forti tensioni interne allo stesso Partito Repubblicano, dove Trump si ritrova a dover mediare tra correnti opposte: da un lato, l’ala più oltranzista e filoisraeliana spinge affinché Washington intensifichi lo scontro militare con l’Iran; dall’altro, l’ala più moderata auspica una rapida conclusione delle ostilità per arginare i danni economici prima delle delicate elezioni di metà mandato previste per novembre.

Dal canto suo, anche Netanyahu è sotto pressione politica, in seguito all’avvenuta approvazione da parte del parlamento israeliano di sciogliere la Knesset e indire elezioni anticipate. Inoltre, il suo processo per corruzione e frode avviato nel 2020 dovrebbe finalmente riprendere dopo i ripetuti rinvii dovuti alla delicata situazione della sicurezza in Israele.

FONTE: THE GUARDIAN

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