sabato, Settembre 19, 2026

Il conflitto in Myanmar a cinque anni dal colpo di Stato militare

L’apertura al dialogo tra le parti si confronta con il rafforzamento della giunta militare e le persistenti richieste di riforma democratica

by Rachele Gabbin
Il conflitto in Myanmar a cinque anni dal colpo di Stato militare

Nel febbraio 2021, l’esercito del Myanmar, guidato dal generale Min Aung Hlaing, ha preso il potere con un colpo di Stato, rovesciando il governo della leader Aung San Suu Kyi e interrompendo bruscamente la già fragile transizione democratica del Paese.

La giunta militare ha giustificato il golpe denunciando presunti brogli di massa nelle elezioni del 2020, vinte con larga maggioranza dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi. Tali accuse sono state tuttavia smentite dagli osservatori internazionali indipendenti, che non hanno rilevato irregolarità tali da compromettere il risultato elettorale.

Nelle settimane successive al colpo di Stato, la popolazione civile e numerose minoranze etniche hanno dato vita a un’ampia mobilitazione di opposizione, trasformata progressivamente in una guerra civile. In cinque anni di conflitto, gli scontri hanno provocato oltre 100.000 vittime e costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni.

La risposta del regime si è tradotta in una repressione sistematica del dissenso: già nel settembre 2022 gli arresti politici avevano superato quota 15.500, un numero destinato ad aumentare ulteriormente, mentre continuavano a emergere denunce documentate di torture e maltrattamenti all’interno delle carceri.

Se nelle prime fasi del conflitto la resistenza sembrava aver conquistato un vantaggio significativo, dopo oltre cinque anni di combattimenti la situazione appare in trasformazione. L’esercito nazionale ha infatti recuperato terreno, determinando un nuovo equilibrio di forze e aprendo la possibilità di un percorso negoziale tra le parti.

Lo Steering Council for the Emergence of a Federal Democratic Union (SCEF), organismo ombrello che riunisce diverse organizzazioni armate etniche e il Governo di Unità Nazionale (NUG), ha dichiarato di voler perseguire una soluzione politica al conflitto. L’annuncio è arrivato dopo l’incontro avvenuto il mese scorso con i ministri degli Esteri di Thailandia e Filippine.

Dal canto suo, il capo della giunta militare Min Aung Hlaing, successivamente nominato presidente, non ha ancora riconosciuto lo SCEF come interlocutore ufficiale nei negoziati. Tuttavia, la sua visita in Thailandia questa settimana, evidenzia l’esistenza di iniziative diplomatiche più ampie volte a favorire un cessate il fuoco.

Secondo diversi analisti, ad accelerare l’apertura al dialogo sarebbe stata anche la consapevolezza, da parte della resistenza, dell’impossibilità di una vittoria militare completa sull’esercito. La giunta ha infatti rafforzato le proprie capacità attraverso l’introduzione della leva obbligatoria, l’intensificazione dei bombardamenti e il sostegno ricevuto da attori internazionali come Cina e Russia.

L’obiettivo prioritario dello SCEF non sarebbe dunque più la sconfitta immediata del regime, ma il raggiungimento di condizioni minime per la popolazione civile: la fine degli attacchi, l’accesso agli aiuti umanitari e la liberazione dei prigionieri politici.

Per il governo thailandese, che ospiterà Min Aung Hlaing giovedì, la priorità rimane ridurre la violenza, ampliare l’accesso umanitario e contenere il rischio che il conflitto si estenda oltre i confini nazionali.

Cinque anni di guerra hanno segnato profondamente la popolazione del Myanmar. Tra vittime, sfollati e persone costrette alla fuga, milioni di cittadini hanno sacrificato tutto nella speranza che la mobilitazione contro la giunta potesse non solo abbattere il regime militare, ma anche rifondare democraticamente il Paese.

Tuttavia, il decisivo sostegno diplomatico e militare fornito dalla Cina e dagli altri alleati ha spento le speranze in un effettivo ridimensionamento del potere delle forze armate. Nel frattempo, il fronte della resistenza appare sempre più frammentato e schiacciato da una duplice pressione, sia sul campo di battaglia sia sul piano diplomatico.

Il futuro del Paese rimane dunque incerto: l’eventuale temporanea sospensione del conflitto non garantisce la risoluzione dei nodi strutturali alla radice della crisi, primi fra tutti il ruolo politico dei militari e le aspirazioni popolari a una reale transizione democratica.

 

Photo credit: Mil.ru, CC BY 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by/4.0, via Wikimedia Commons

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