venerdì, Novembre 6, 2026

Caso Siher, don Capovilla denuncia l’Islamofobia: il dialogo oltre le divisioni politiche fra Stati Uniti e Italia

Dal caso Siher in Italia alle elezioni di midterm americane, la polarizzazione segna le campagne elettorali, ma il dialogo, a volte, le vince.

by Luca Paiusco

Mentre in Italia il caso Siher riaccende il dibattito sull’islamofobia, ci siamo risvegliati il 4 novembre 2026, con i risultati delle elezioni di metà mandato americane. In Michigan vince il primo musulmano della storia statunitense a conquistare un seggio al Senato: è Abdul El-Sayed (Dem), che nei primi conteggi supera di circa tre punti il repubblicano Mike Rogers. Ha costruito il consenso con uno stile comunicativo fatto di accessibilità e vicinanza alle persone, parlando di sanità, di scuola e dell’interruzione della collaborazione con il governo Netanyahu.

Elezioni americane, la vittoria di Talarico

In Texas, roccaforte repubblicana e MAGA, vince un progressista cristiano, studente di seminario e futuro pastore presbiteriano: James Talarico, con il 55% dei voti secondo le ultime proiezioni riportate dal New York Times, riporta i democratici alla vittoria al Senato nello Stato della Stella Solitaria per la prima volta dal 1988. Durante la campagna elettorale aveva subito forti attacchi dai repubblicani texani, sostenuti anche da Elon Musk, sui temi dell’inclusività, delle politiche woke e della presenza di atlete transgender negli sport femminili, ed era stata messa in dubbio la sincerità della sua fede.

Il dialogo tra religioni nelle campagne elettorali americane

Non erano esiti scontati: in Michigan, dopo la vittoria alle primarie, il repubblicano Mike Rogers non aveva definito El-Sayed un semplice progressista, ma un estremista. Nelle ultime settimane la campagna repubblicana, con il sostegno di Trump, ha insistito sui presunti legami con i Fratelli Musulmani (Muslim Brotherhood).

Accettando la vittoria, Talarico ha dichiarato «Power belongs to the People» e ha annunciato l’inizio delle «Politics of Love», paragonando il suo successo a quello di Davide contro Golia. El-Sayed è salito sul palco sulle note di «Changes» di Tupac Shakur e ha sottolineato: «Siamo passati da “inshallah” ad “alhamdulillah”», cioè da «se Dio vuole» a «sia lodato Dio».

Detroit e Austin, rispetto a due anni fa, sembrano oggi più pronte ad aprirsi al confronto tra culture e religioni. Secondo una lettura che si fa strada, contano anche gli elettori latinos, molti dei quali religiosi e in parte conquistati da Trump due anni fa: avrebbero visto nell’uso dell’agenzia ICE una minaccia alla propria esistenza, e questa percezione li avrebbe spinti alle urne a sostegno dell’«onda blu».

Don Nandino Capovilla sul caso Siher: «Pura islamofobia»

In Italia il clima è altrettanto teso. Al centro del dibattito c’è il caso di Youssef Siher, 30 anni, nato a Brescia, di origini marocchine, ricercatore e giornalista freelance. È indagato dalla Procura di Milano per istigazione a delinquere, apologia di delitti e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, un reato introdotto da pochi giorni. Per gli investigatori sarebbe l’ideatore del Movimento 17 ottobre, nato sui social dopo gli scontri e i saccheggi del 17 e 18 ottobre a Milano.

Il fermo è durato poco e la giudice non lo ha convalidato, ritenendo che non ci fossero elementi a sostegno né del fermo né della colpevolezza. Siher è uscito dal carcere di San Vittore, ma resta indagato a piede libero.

Sul caso si è pronunciato con forza don Nandino Capovilla, parroco a Marghera e da anni impegnato nel dialogo interreligioso. Il 31 ottobre, mentre si chiudeva la mostra Coranica – La Venezia delle Religioni, abbiamo parlato con lui del nesso tra islamofobia e dialogo interculturale (la versione completa dell’intervista è su Instagram). Ciò che colpisce, osserva Capovilla, non è l’esistenza del caso ma la retorica che lo circonda: su molti titoli di giornale nessuna menzione del tema, cioè «la violenza o le proteste», ma attacchi alla religione della persona. Questa, dice, «è pura islamofobia».

Capovilla parla di uno sprofondamento culturale nella comprensione del diverso e dell’incapacità del nostro Paese di accogliere davvero. A Venezia, intanto, il dibattito sulla futura moschea ha diviso gli schieramenti durante la recente campagna elettorale locale.

Dall’islamofobia al dialogo: la riflessione di don Capovilla

Forse oggi possiamo guardare ai titoli dei giornali americani, del Michigan, del Texas, ma anche del Maine e dell’Ohio, dove i democratici hanno strappato ai repubblicani anche i seggi di Susan Collins e Jon Husted, per chiederci se lo stato di precipizio di cui parla con Capovilla sia davvero irreversibile. O meglio: come sia possibile invertire la rotta. Come mostra l’esempio di Papa Leone XIV, primo pontefice a votare in un’elezione americana, è possibile impegnarsi politicamente e unirsi per un bene comune, evitare la divisione e favorire «dialogo e fraternità», come ha concluso don Capovilla.

C’è da dire che El-Sayed e Talarico sono due candidati molto diversi, provenienti da aree e correnti diverse dell’area Dem. Vedremo se sapranno coniugare le loro parole sul dialogo con i fatti politici che guideranno i democratici, tornati alla guida di Camera e Senato, verso le presidenziali del 2028. Quanto emerso negli Stati Uniti sembra valere anche per l’Italia, che si avvicina alle politiche del 2027. Negli ultimi mesi Pd e Movimento 5 Stelle si sono confrontati su primarie, leadership e linea sull’Ucraina, con Elly Schlein che chiede di definire prima il programma e poi scegliere chi guiderà la coalizione. Per i progressisti, il dialogo, tra le forze politiche e con la società civile, sarà la leva per individuare punti comuni da cui costruire un programma condiviso. Servirà anche a convincere una parte dell’elettorato che si sente emarginata dalla politica non solo a scendere in piazza, ma ad andare alle urne.

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