Antropologo e pedagogista, Daniele Ventola partirà da Assisi il primo luglio per raggiungere Bruxelles a piedi con il progetto “Call of Peace”. In questa intervista racconta le motivazioni del suo viaggio, il valore che attribuisce ai gesti simbolici e la sua visione del rapporto tra pace, società e istituzioni.
Da dove nasce l’idea di questo cammino da Assisi a Bruxelles? Perché proprio questi due luoghi?
L’idea di questo cammino da Assisi a Bruxelles nasce, per quel che mi riguarda, da una necessità storica. Personalmente non era il momento migliore per fare un cammino, dato che ho appena traslocato, ho tante cose in corso, però ora avevo del tempo libero dato che lavoro a scuola e data la situazione nel mondo, che mi sembra piena di violenza preoccupante. Fare un cammino che potesse essere un gesto simbolico e richiamasse la pace è, in un certo senso, un dovere morale.
In che modo il suo background di antropologo e pedagogista entra in questo cammino?
Direi totalmente. Se l’antropologo è quella parte che si occupa dell’osservazione dell’uomo e anche della domanda principale, “l’uomo oggi a che punto della propria storia è?”, la parte pedagogista invece tende a cercare di creare delle dinamiche per il futuro attraverso l’educazione. Un atto simbolico non violento e aperto come quello di camminare mi sembra non solo tra gli atti non violenti più educativi, ma è proprio anche un atto di pedagogia.
Che ruolo possono avere i gesti simbolici nel dibattito pubblico sulla pace?
Dipende. In realtà, la pace come parola e come concetto è estremamente oberata nel dibattito pubblico e soprattutto da parte delle istituzioni. Questo cammino mi piace definirlo onni-politico e onni-confessionale, perché vorrebbe essere proprio aperto a tutti.
Quando parliamo di pace da questo punto di vista parliamo della possibilità di pace che va ad ogni persona nelle sue scelte quotidiane, se durante gli eventi che gli accadono decide di contraccambiare un torto subito con la stessa moneta oppure di avere quel distacco che gli permette di lasciare scivolare il dolore, il fastidio o la ferita ricevuta. La richiesta di pace non è una richiesta per i potenti, il cammino diventa un modo per tutti quanti per avere una riflessione interiore riguardo la pace, da realizzare attraverso l’uso dei social e mettendo insieme una rete di persone.
Alcuni potrebbero dire che iniziative come questa restano soprattutto simboliche: cosa risponde?
Sicuramente non ci aspettiamo che arriviamo a Bruxelles e ci aprono le porte, non lo si fa per arrivare ai tavoli dei potenti. L’iniziativa è assolutamente simbolica, ma come si può dire che sia simbolico qualsiasi gesto della vita, anche il Natale. La questione è quanto un messaggio può arrivare al cuore delle persone attraverso un atto simbolico.
Il suo arrivo è previsto a Bruxelles, sede delle istituzioni europee: che messaggio vorrebbe portare lì?
Il messaggio che voglio portare principalmente è che l’essere umano in questo momento si trova in un momento abbastanza disgraziato, c’è chi ne è più consapevole e chi meno. Di fatto però è tutto nelle mani di ogni persona. Il simbolo di questo cammino è una moneta che vuole ricordare una moneta speciale di 2 €. Sopra questa moneta si trovano una pergamena, un San Francesco e una scritta in caratteri militari che è “call of Peace”, chiamata alla pace.
Questo simbolo della moneta non vuole richiamare l’euro dell’Europa, ma vuole richiamare più al fatto che la moneta è una cosa che ogni persona ha nelle mani ogni giorno. Questa moneta vuole proprio simboleggiare che alla fine non si può chiedere la pace ai potenti e non si può chiedere la pace agli altri. L’unica cosa che possiamo fare è di diventare consapevoli delle nostre reazioni interiori e a partire da questo riuscire a evitare di portare altro dolore nel mondo con le nostre azioni e con le nostre parole. La moneta simboleggia proprio questo perché vuol dire che è tutto nelle nostre mani.
Oggi l’Unione Europea discute sempre di più di sicurezza e difesa comune: come si inserisce il tema della pace in questo scenario?
Questa è una domanda che andrebbe fatta a loro. È un discorso davvero complicato.
Se dovesse sintetizzare il messaggio del suo viaggio in una frase per le istituzioni europee, quale sarebbe?
Sarebbe che ogni giorno gli uomini, le donne, ogni individuo si trova di fronte alle stesse scelte dei governi. Ovvero, davanti a un sopruso, a un torto, a una prevaricazione, a una ferita si può scegliere o di restituire la stessa moneta oppure di fare un passo indietro e scegliere di posizionandosi da un altro punto di osservazione. Quindi, parlare di pace diventa una scelta, una direzione che deve essere portata con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutta l’intenzione, che tu sia uno stato o un individuo singolo.
Dopo questo cammino, cosa pensa che rimarrà più forte di questa esperienza?
Non è il primo cammino importante che ho fatto nella mia vita.
La Via della seta è stata un’esperienza che mi ha formato molto in profondità. Non penso di poter cambiare molto rispetto al cambiamento che mi hanno dato questi due anni di cammino dall’Italia alla Cina. Dal 2018 al 2020 ho percorso la Via della seda piedi dall’Italia alla Cina per un progetto antropologico itinerante che si chiama “Vento della seta”, ecco perché “Vento della seta, call of peace”. Quella è stata un’esperienza fortissima che mi ha formato e ha formato anche la modalità di interazione di viaggio che assumo nel momento in cui faccio l’antropologo pellegrino itinerante.
Quindi, da questa esperienza nuova non lo so cosa aspettarmi. Potrebbe essere tutto, potrebbe essere niente, ci potrebbe essere una grandissima risonanza, potrebbe non esserci. Io non voglio aspettarmi proprio nulla, voglio essere aperto alla possibilità di essere sorpreso, meravigliato, stanco, affamato, desolato, arrabbiato, felice e folleggiante. Vorrei proprio essere aperto a tutto quello che l’ignoto della strada può dare.
Gloria Malerba