giovedì, Luglio 16, 2026

Preah Vihear, il tempio conteso tra Cambogia e Thailandia

La chiusura del sito patrimonio UNESCO riflette una disputa territoriale che da decenni alimenta tensioni tra i due Paesi

by Rachele Gabbin
Preah Vihear, il tempio conteso tra Cambogia e Thailandia

Il tempio di Preah Vihear è un complesso religioso dell’XI secolo arroccato sulla catena montuosa dei Dângrêk, al confine tra Thailandia e Cambogia, ed è recentemente diventato luogo simbolo della disputa che intercorre negli ultimi anni tra i due Paesi confinanti.

Il tempio è stato inserito nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco nel 2008 e di fatto fino a pochi mesi fa rappresentava una meta privilegiata per gli appassionati di archeologia e per i visitatori in cerca di un’alternativa ai più frequentati siti di Siem Reap.

Oggi, tuttavia, le sue porte sono sbarrate e l’intera area è fortemente militarizzata. A trasformare il santuario in un teatro di guerra è stata la violenta ripresa delle ostilità tra Bangkok e Phnom Penh nel biennio 2025-2026. I bombardamenti d’artiglieria hanno inflitto gravi danni strutturali al complesso monumentale e il recente cessate il fuoco non è bastato a sbloccare la situazione, che resta estremamente precaria. Il promontorio rimane presidiato dagli eserciti e l’area è disseminata di mine e ordigni inesplosi: secondo gli esperti, saranno necessari anni prima che il tempio possa riaprire ai civili.

La contesa, tuttavia, va ben oltre il mero controllo territoriale. Preah Vihear è un potente catalizzatore identitario, il cui valore simbolico cambia radicalmente a seconda della prospettiva nazionale.

Per la Cambogia, il tempio costituisce una delle massime testimonianze dell’antico Impero Khmer, la vera e propria età dell’oro del Paese, ed è concepito come parte integrante della memoria collettiva; cederlo significherebbe mutilare la propria storia ancestrale. Dopo i drammi della guerra civile e della dittatura dei Khmer Rossi, il riconoscimento dell’Unesco ne ha consacrato il valore, trasformandolo nell’emblema della rinascita e della sovranità ritrovata.

Al contrario, per la Thailandia il sito evoca l’umiliazione subita a cavallo tra il XIX e il XX secolo, quando il Regno del Siam fu costretto a cedere vasti territori alla Francia coloniale. La storica sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 1962, che assegnò il tempio a Phnom Penh, non è mai stata pienamente accettata dalle frange nazionaliste thailandesi, alimentando tensioni che, già degenerate in scontri nel 2011, sono ciclicamente riemerse nell’ultimo biennio.

La vicenda continua, inoltre, a intrecciarsi con gli equilibri politici interni dei due Paesi. Il richiamo alla difesa della sovranità nazionale attorno a Preah Vihear si è rivelato spesso un’efficace arma di distrazione di massa per i rispettivi governi, utile a rafforzare il consenso interno e a spostare l’attenzione pubblica dalle crisi domestiche.

A muovere il conflitto vi sono però anche pesanti interessi economici e strategici. Intervistato da L’Osservatore Romano, padre Paul Chatsirey Roeung, missionario thailandese nel Vicariato apostolico di Phnom Penh, ha evidenziato come la disputa nasca anzitutto dall’adozione di mappe confinarie discordanti e dallo status dell’area, per lungo tempo rimasta smilitarizzata.

Tuttavia, la geopolitica non basta a spiegare tutto: dietro i focolai nazionalisti si celano la corsa alle risorse energetiche nel Golfo del Siam (con lo sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas), il business transfrontaliero dei casinò e delle cosiddette ‘città della truffa’, e gli intrecci affaristici tra i clan politici ed economici che gestiscono il potere. In questo scenario speculativo, conclude il religioso, un luogo nato per essere un patrimonio comune di bellezza e spiritualità viene sistematicamente strumentalizzato e svuotato del suo significato originario.

 

FONTE: L’OSSERVATORE ROMANO

Photo credi: PsamatheM, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

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