Nyamurongo è un cimitero che non dovrebbe essere così affollato. Si trova a Bunia, capoluogo della provincia dell’Ituri, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, e nelle ultime settimane è diventato il luogo dove si misura, tomba dopo tomba, la portata umana di un’epidemia silenziosa e feroce.
Joel Lonza Makumbu è venuto qui sei volte in pochi giorni. Ieri ha sepolto suo padre. Oggi sua madre. Nel mezzo, tre sorelle e un cognato. Mentre riempie di terra l’ultima fossa, dice a voce alta quello che sembra ovvio ma evidentemente non lo è ancora per tutti: «Voglio che tutti sappiano che l’Ebola esiste davvero».
L’attuale focolaio è causato da una variante rara del virus, il ceppo Bundibugyo, che uccide circa un quarto delle persone infettate. Da qualche mese a questa parte ha già provocato quasi 200 morti, quasi tutti nella provincia dell’Ituri. La trasmissione avviene attraverso il contatto con fluidi corporei infetti — sangue, urina, vomito, seme, latte materno — e questo rende i rituali funebri uno dei momenti di maggiore rischio epidemiologico.
Ogni funerale è una potenziale occasione di contagio. E ogni funerale, in questa parte del Congo, è tradizionalmente un evento comunitario lungo e partecipato.
«I morti devono presentarsi belli nell’aldilà», spiega Julienne Anoko, antropologa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che lavora sul campo. Nelle comunità dell’Ituri, racconta, la morte non è una fine ma un viaggio verso il mondo degli antenati. Le donne vengono vestite come spose, con abiti eleganti e trucco. Si canta, si celebra, si veglia per giorni.
Tutto questo oggi è vietato. O meglio: deve essere radicalmente trasformato.
Chi muore di Ebola viene immediatamente chiuso in un sacco impermeabile. Non può essere lavato, vestito, toccato. Il corpo non appartiene più alla famiglia nel senso in cui la tradizione lo intende. Appartiene al protocollo.
La Croce Rossa Internazionale, che coordina le sepolture sicure nella zona, ha cercato di trovare un compromesso. I sacchi sono stati dotati di una finestra trasparente all’altezza del volto, così i familiari possono almeno vedere per l’ultima volta chi amavano. Le bare hanno pannelli laterali in materiale trasparente. Piccole concessioni, enormi sul piano simbolico.
«Cerchiamo di essere il più vicini possibile alle comunità», dice Maria Munoz-Bertrand, coordinatrice delle emergenze sanitarie per la Croce Rossa. «Se una famiglia chiede qualcosa di speciale nella procedura, e non mette nessuno a rischio, cercheremo di accontentarla. Capiamo che è un momento durissimo».
La giornata di un team di volontari della Croce Rossa inizia al centro di trattamento Ebola di un ospedale di Bunia. All’esterno, le famiglie aspettano sedute sul bordo della strada. Una madre piange. Ha perso un figlio.
Dentro una tenda che funge da camera mortuaria provvisoria, operatori in tuta integrale sigillano il corpo in un sacco e lo inseriscono in una bara. Il team di sei volontari, anch’essi completamente coperti, prende la bara e la carica su un camion. Al cimitero si lavora in meno di dieci minuti. Poi la decontaminazione, e via.
Quel giorno viene sepolta una donna di 34 anni, madre di quattro figli. Il padre la guarda da lontano, in silenzio. «È un colpo durissimo», dice Simone Nyal. «Si è ammalata e in una settimana non c’era più. Ha lasciato quattro bambini. Non so come faremo».
Il lavoro di Anoko va oltre la logistica. È negoziale, culturale, umano. Il caso più delicato riguarda le donne incinte: la tradizione locale ritiene che non debbano essere sepolte con il feto, perché devono «viaggiare leggere» nell’aldilà. Questo richiederebbe un intervento che comporta contatto diretto con fluidi corporei, ovvero il vettore principale del virus.
Anoko affronta il problema con le categorie stesse della cultura locale. «Spiego loro che i loro antenati hanno già previsto qualcosa per riparare questo tipo di situazione», dice. Il rispetto per la tradizione diventa così uno strumento per proteggere i vivi.
Mentre finisce di coprire la tomba di sua madre, Joel Lonza Makumbu non esclude di dover tornare. Due sorelle e una cugina sono ancora ricoverate nei centri di trattamento. «Non so come andrà», dice, «Ma voglio che tutti capiscano: l’Ebola è reale».
Al cimitero di Nyamurongo, intanto, i becchini continuano a scavare.
Fonte: BBC News