Un’inchiesta congiunta di POLITICO e SourceMaterial ha acceso i riflettori sul progetto keniota di Eni legato alla produzione di biocarburanti, sollevando interrogativi sulle sue ricadute concrete per le comunità agricole locali e sulla solidità delle garanzie di sostenibilità previste dalla normativa europea.
Il programma prende avvio nel 2022, quando gli intermediari della compagnia italiana cominciano a contattare gli agricoltori rurali del Kenya, proponendo la coltivazione del ricino come alternativa redditizia alle colture tradizionali. La pianta, resistente alla siccità, sarebbe stata acquistata e trasformata in olio vegetale da raffinare in biocarburante presso lo stabilimento siciliano di Eni. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: coinvolgere fino a 200.000 piccoli agricoltori, valorizzare terreni degradati e fornire a clienti come BMW, easyJet e Ryanair carburanti a basso impatto ambientale. Il progetto è sostenuto finanziariamente dalla International Finance Corporation della Banca Mondiale, con un prestito di 135 milioni di dollari, e dal Fondo Italiano per il Clima, con 75 milioni, e si inserisce nel quadro del Piano Mattei del governo italiano per l’Africa.
Le interviste condotte dai giornalisti con oltre 40 agricoltori coinvolti nel programma restituiscono però un quadro problematico. Diversi coltivatori riferiscono di aver ricevuto i semi dagli intermediari locali — tra cui le società SAFA e Agricycle East Africa — senza che questi si facessero poi rivedere per ritirare il raccolto. Avendo in alcuni casi sostituito le colture alimentari con il ricino, alcune famiglie si sono trovate in difficoltà.
“I tecnici dissero che sarebbero venuti a raccogliere i semi, ma non vennero mai”, racconta Katsele Shauri Mitsanze, madre di sette figli.
Va tuttavia precisato che non tutte le esperienze raccolte sono negative: due agricoltori della contea di Nakuru si sono dichiarati soddisfatti del programma.
L’inchiesta solleva inoltre dubbi sulla composizione effettiva delle materie prime utilizzate.
I dati commerciali esaminati suggeriscono che una quota consistente — stimata fino all’80 percento — dell’olio vegetale esportato da Eni dal Kenya in Italia provenga non dal ricino locale, ma da colza importata dal Sudafrica. Secondo i critici, questo solleva questioni di compatibilità con le norme europee sui biocarburanti sostenibili, che limitano l’uso di colture alimentari. Eni respinge questa lettura, affermando di operare in conformità con la normativa vigente e in particolare con un allegato della Direttiva sulle Energie Rinnovabili che consente l’uso di colture coltivate su terreni gravemente degradati. “È una pratica standard e virtuosa ottimizzare il mix di approvvigionamento delle materie prime durante la fase di esecuzione”, ha dichiarato un portavoce della società.
La vicenda si inserisce in un dibattito più ampio sulla politica europea in materia di biocarburanti. Bruxelles ha fissato obiettivi significativi — almeno il 70 percento di carburante aereo sostenibile entro il 2050 — ma alcune organizzazioni ambientaliste esprimono perplessità sulla trasparenza della filiera e sull’effettiva capacità dei biocarburanti di ridurre le emissioni. La Commissione Europea ha dichiarato di essere al lavoro per migliorare il sistema di certificazione della sostenibilità.
Il caso keniota di Eni, al di là delle posizioni contrapposte, mette in evidenza le sfide concrete che accompagnano la transizione verso fonti energetiche alternative: garantire che i benefici ambientali attesi si traducano in pratiche verificabili e in condizioni dignitose per le comunità coinvolte rimane una questione aperta.
Fonte: Politico EU
Photo credit: Costanza Gambarini- Mzungu Ngala was left with 100 kg of unsold seeds