Lo scorso lunedì 16 marzo, il governo brasiliano ha presentato il Piano Climatico, un documento che definisce le linee guida per la riduzione delle emissioni di gas serra nel paese. Il piano arriva dopo mesi di tensioni con il Ministero dell’Agricoltura che, pur avendo partecipato alla sua redazione, lo ha apertamente criticato e tentato di bloccarne il lancio durante la COP30, svoltasi lo scorso novembre a Belém.
L’obiettivo è rispettare gli impegni presi con l’Accordo di Parigi, riducendo le emissioni del Brasile tra il 49% e il 58% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2022. Per raggiungere questo traguardo, il governo ha scelto un approccio graduale, suddividendo le responsabilità in piani settoriali — una concessione che tiene conto delle pressioni del mondo agroalimentare.
I target più ambiziosi riguardano le aree pubbliche, dove è prevista una riduzione tra il 155% e il 156%, e le aree rurali private, con una riduzione tra il 109% e il 110%. Il Piano Agricolo, focalizzato sull’attività produttiva, stabilisce invece un obiettivo più contenuto, oscillante tra una riduzione del 7% e un aumento del 2%. Per i settori industriale ed energetico, le emissioni potranno crescere rispettivamente fino al 34% e al 44%.
La gestione della deforestazione nelle aree private sarà affidata a un comitato congiunto composto dai ministeri dell’Agricoltura, dello Sviluppo Agrario e dell’Ambiente.
Il settore agricolo occupa una posizione centrale nel piano, poiché sarà proprio questo documento a stabilire le modalità con cui il governo intende regolamentare la cosiddetta deforestazione “legale” e le pratiche agricole da modificare per contenere le emissioni. Oggi, l’agricoltura è responsabile del 28% delle emissioni nazionali, seconda soltanto alla deforestazione degli ecosistemi per l’espansione delle superfici coltivabili, che ne rappresenta il 46%.
Fonte: Folha de S.Paulo