sabato, Agosto 8, 2026

Il conto salato dei più ricchi

Uno studio dell'Università di Leiden quantifica in migliaia di miliardi di dollari l'anno il danno ambientale generato dal 10% dei consumatori più abbienti del pianeta, riaprendo il dibattito su tasse verdi e giustizia climale

by Adriana Randazzo
Crisi climatica e l'influebza dei ricchi

Il 10% dei consumatori più ricchi del mondo è responsabile di una quota di danni ambientali nettamente sproporzionata rispetto al resto della popolazione globale. È quanto emerge da una ricerca condotta dall’Università di Leiden, nei Paesi Bassi, e pubblicata sulla rivista Nature – Communications Sustainability, che per la prima volta prova a tradurre in termini monetari l’impronta ecologica legata ai livelli di consumo più elevati. Secondo le stime degli autori, il danno complessivo attribuibile a questa fascia di popolazione oscilla tra 1.700 e 5.700 miliardi di dollari l’anno.

Una popolazione più ampia di quanto si pensi

Lo studio smonta l’idea che si tratti di un fenomeno circoscritto a un’élite ristretta. Nell’Unione europea, la quota di cittadini che rientra in questo gruppo di grandi consumatori arriva infatti al 40-45% della popolazione; in Italia il dato riguarda oltre 20 milioni di persone. I ricercatori precisano inoltre che il 10% più ricco a livello nazionale non coincide necessariamente con il 10% più ricco a livello mondiale: oltre il 60% dei grandi consumatori globali risiede negli Stati Uniti e nell’Unione europea, contro appena il 2% in India.

Le differenze tra Paesi, del resto, sono marcate anche in termini assoluti. Negli Stati Uniti il costo ambientale pro capite attribuibile ai consumatori più abbienti varia tra 19.000 e 63.000 dollari l’anno, una cifra che corrisponde al 6-20% del reddito medio di questa fascia. In India lo stesso indicatore scende a una forbice compresa tra 410 e 1.400 dollari l’anno per persona, pari a una quota di reddito nettamente inferiore.

Biodiversità e clima le voci più pesanti

Tra le componenti che compongono il conto ambientale, la perdita di biodiversità risulta la più onerosa, incidendo per circa la metà del costo complessivo a livello globale, seguita dagli effetti del cambiamento climatico, che pesano per oltre un terzo. Danni legati all’inquinamento da azoto, all’uso dell’acqua e al fosforo completano il quadro con incidenze più contenute. Gli autori dello studio segnalano tuttavia che le stime relative alla biodiversità restano soggette a un margine di incertezza significativo, legato alla difficoltà di valutare in modo uniforme ecosistemi molto diversi tra loro per tipologia, stato di conservazione e collocazione geografica.

Il nodo della fiscalità ambientale

Il tema al centro della ricerca non è soltanto descrittivo. Richiamando il principio “chi inquina paga”, gli studiosi sostengono che tradurre in valori economici l’impatto ambientale possa fornire una base concreta per orientare le politiche fiscali, in particolare quelle rivolte a chi consuma di più. Una tassazione mirata sui beni di lusso, spiegano i ricercatori, tende a generare un gettito inferiore rispetto a un’imposta uniforme, ma può risultare più efficace nel ridurre le emissioni, colpendo consumi la cui domanda è più sensibile alle variazioni di prezzo.

Lo studio evidenzia anche come l’accettabilità sociale di queste misure dipenda in larga parte dal contesto economico in cui vengono introdotte. Nei Paesi a basso reddito, una carbon tax tende ad avere un effetto progressivo, mentre nei Paesi ad alto reddito un’imposta uniforme sul carbonio rischia di diventare regressiva se il gettito non viene redistribuito. Secondo i ricercatori, la resistenza pubblica verso questo tipo di misure nasce soprattutto dal timore di ricadute sulle famiglie a basso reddito, e tende a ridursi quando le entrate vengono destinate a investimenti pubblici in ambito ambientale.

Uno scenario al 2050

Guardando al futuro, lo studio richiama proiezioni secondo cui, entro il 2050, circa un quarto della ricchezza mondiale potrebbe concentrarsi nell’1% più ricco della popolazione. In questo scenario, i ricercatori indicano nella tassazione patrimoniale rivolta a questa fascia uno strumento potenzialmente in grado di finanziare gli investimenti necessari alla transizione climatica, riducendo al contempo le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza e alleggerendo l’onere, oggi sproporzionato, che i danni ambientali scaricano sulle comunità a basso reddito.

Restano aperte, sottolineano gli stessi autori, questioni di metodo legate alla difficoltà di quantificare con precisione fenomeni complessi come la perdita di biodiversità. Ma il quadro complessivo che emerge dallo studio rafforza un elemento già presente nel dibattito internazionale sulla giustizia climatica: i costi ambientali del pianeta non sono distribuiti in modo uniforme, e la responsabilità dei consumi più elevati resta, secondo i ricercatori, un tema che le politiche di mitigazione non possono più ignorare.

Fonte: Osservatore Romano

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