mercoledì, Luglio 15, 2026

Quando il caldo ferma anche i convegni sul clima

Le temperature record che stanno colpendo il continente non sono solo un evento eccezionale: secondo gli scienziati, il cambiamento climatico le ha rese molto più probabili e sempre più pericolose per la salute

by Rachele Gabbin
Quando il caldo ferma anche i convegni sul clima

“Ma quanto caldo fa?” È questa la domanda che probabilmente si stanno ponendo milioni di cittadini in tutta Europa in questi giorni. Persino in Paesi tradizionalmente più freschi, come il Regno Unito, la scorsa settimana le temperature hanno sfiorato i 35°C, a fronte di una media stagionale che in questo periodo dell’anno dovrebbe aggirarsi intorno ai 20°C. Ma cosa sta succedendo davvero al nostro clima? Siamo di fronte ad un monito di ciò che ci attenderà in futuro?

A questo proposito, c’è un paradosso che cattura perfettamente la peculiarità della situazione. La mattina del 24 giugno, la Shaw Library della London School of Economics avrebbe dovuto ospitare un importante dibattito dedicato agli effetti del cambiamento climatico, organizzato nell’ambito della London Climate Action Week. L’incontro, tuttavia, è stato annullato.

Il Met Office britannico (l’equivalente della nostra bacheca meteorologica nazionale) aveva infatti emesso, per la seconda volta nella sua storia, un’allerta rossa per temperature ritenute così elevate da rappresentare un serio rischio sanitario persino per le persone in piena forma. Gli organizzatori si sono visti così costretti a cancellare l’evento, il cui tema era, ironia della sorte, proprio: ‘Caldo estremo: migliorare la governance e rafforzare l’azione’.

La spiegazione di questo caldo eccezionale risiede nel riscaldamento globale di origine antropica. A sostenerlo è uno studio pubblicato venerdì dal World Weather Attribution, secondo cui un’ondata di calore come quella attuale sarebbe stata praticamente impossibile appena cinquant’anni fa. Oggi, invece, ha circa 200 volte più probabilità di verificarsi rispetto ad appena vent’anni fa.

Le emissioni di gas serra, prodotte principalmente dalla combustione di carbone, petrolio e gas naturale, hanno già innalzato la temperatura media globale di circa 1,4°C rispetto ai livelli preindustriali del XIX secolo. In questo contesto, un episodio analogo verificatosi nel giugno del 1976 avrebbe fatto registrare temperature inferiori di circa 3,5°C rispetto a quelle osservate oggi.

L’analisi evidenzia inoltre che, delle oltre ottocento città europee prese in esame, il 45% ha registrato, o si prevede registrerà entro la fine di giugno, i livelli più elevati di stress da calore, ossia quella condizione in cui l’organismo non riesce più a disperdere efficacemente il calore attraverso la sudorazione.

Dal punto di vista qualitativo, spiega The Economist, l’ondata di calore che ha investito il continente a partire dal 18 giugno non è di per sé un fenomeno insolito. Un sistema di bassa pressione a ferro di cavallo, noto come ‘blocco a omega’ sta mantenendo un’area di alta pressione sulla parte occidentale del continente.

In questa configurazione, le masse d’aria che raggiungono la superficie provengono da sud-est anziché dall’Atlantico e risultano quindi già particolarmente calde. L’alta pressione, inoltre, impedisce al calore di disperdersi attraverso la convezione, il processo responsabile della formazione delle nubi. L’assenza di copertura nuvolosa consente così alla radiazione solare di riscaldare ulteriormente il suolo, facendo aumentare ancora di più le temperature.

Ciò che rende eccezionale questa ondata di calore non è dunque il meccanismo atmosferico che l’ha generata, bensì la sua intensità. Temperature superiori ai 40°C sono state registrate nei principali stati europei.

Il 24 giugno, per esempio, la Francia ha vissuto una delle giornate più calde mai registrate nel mese di giugno, con 58 dipartimenti posti in allerta rossa. Anche in Italia sedici città sono finite sotto il livello massimo di allerta, mentre la Germania ha appena vissuto giornate da bollino nero, con temperature che hanno superato i massimi storici nazionali. Come conseguenza diretta, in diversi Paesi europei le scuole sono rimaste chiuse, numerosi collegamenti ferroviari sono stati cancellati e le reti elettriche stanno subendo una pressione crescente.

L’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente al mondo e, di conseguenza, gli impatti sulla salute pubblica sono destinati a diventare sempre più importanti. L’analisi del World Weather Attribution evidenzia che gli effetti sanitari di questa ondata di calore stanno appena iniziando a manifestarsi, richiamando uno studio secondo cui, nell’estate del 2022, oltre 60.000 persone sono morte per cause legate al caldo in 35 Paesi europei.

Negli ultimi anni il continente ha però rafforzato le proprie misure di adattamento. Uno studio pubblicato nel 2024 da Elisa Gallo del Barcelona Institute for Global Health e dai suoi colleghi stima che, in assenza di questi interventi, nel 2023 le vittime sarebbero state circa 90.000 e il tasso di mortalità tra gli ultraottantenni sarebbe risultato quasi doppio rispetto a quello effettivamente registrato.

Nonostante questi progressi, gli esperti avvertono che adattarsi non basta. Se l’Europa vuole ridurre i rischi di un clima sempre più caldo, anziché limitarsi a gestirne le conseguenze, dovrà accelerare anche gli interventi volti a limitarne le cause.

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