Sotto il governo del primo ministro Narendra Modi si starebbe affermando in modo sempre più evidente una politica di censura nei confronti dei media giornalistici. L’obiettivo sarebbe quello di limitare il più possibile le critiche al sistema politico, il mezzo per farlo, spesso, è la repressione. Alcuni reporter hanno testimoniato di aver ricevuto intimidazioni dirette, a seguito di alcune pubblicazioni. Ci sono giornalisti a cui le autorità hanno minacciato, ad esempio, di demolire la propria abitazione se avessero continuato a pubblicare reportage critici. Altri, come Ravi Nair, hanno riferito di essere stati arrestati, interrogati o perseguiti legalmente.
Sulla questione si è recentemente pronunciata B.V. Nagarathna, giudice della Corte Suprema indiana, con una denuncia aperta della situazione di censura nel Paese. In un tono chiaramente provocatorio, ha evidenziato come il sistema politico indiano disponga già di strumenti indiretti per mettere a tacere i suoi critici, tra cui tasse, regolamenti, leggi sulla proprietà e gestione dei budget pubblicitari. Nuove forme di censura diretta sarebbero quindi superflue.
Tra i motivi che hanno spinto la magistrata ad esporsi (cosa quasi del tutto eccezionale per un giudice del suo calibro in India) vi sarebbe l’entrata in vigore, a novembre 2025, di una nuova legge indiana che potrebbe ostacolare il giornalismo investigativo. Si tratta della Digital Personal Data Protection Act (DPDP Act), approvata dal parlamento indiano il 9 agosto 2023.
L’obiettivo dichiarato della legge è di rafforzare la tutela dei dati personali dei cittadini indiani, stabilendo che la loro raccolta e il loro utilizzo da parte di piattaforme tecnologiche e servizi pubblici debbano avvenire esclusivamente previo consenso degli utenti, e prevedendo sanzioni elevate in caso di violazioni. I critici contestano che l’obiettivo latente sarebbe quello di attribuire al governo “poteri arbitrari e incontestati”, riducendo al contempo le garanzie in materia di privacy. In particolare, la normativa consentirebbe alle autorità di accedere ai dati personali in assenza di meccanismi di controllo sufficientemente chiari, violando indirettamente i diritti dei cittadini.
Il DPDP Act prevede infatti una serie di eccezioni che autorizzano l’accesso del governo a dati personali per una serie di finalità, tra cui sicurezza nazionale, ordine pubblico o prevenzione dei reati. Queste eccezioni permettono un’interpretazione legislativa ambigua e un’applicazione potenzialmente arbitraria, aggravata dall’assenza di adeguati strumenti di supervisione indipendente. Secondo numerosi osservatori, l’ampliamento dei poteri dello Stato in materia di sorveglianza è allarmante.
Particolarmente rilevante è l’impatto della normativa sulla libertà di stampa. Il provvedimento interviene infatti anche su una disposizione chiave del Right to Information Act, che in precedenza consentiva ai giornalisti di accedere e divulgare informazioni di interesse pubblico. Le modifiche introdotte rischiano di creare nuovi ostacoli alla trasparenza e al giornalismo investigativo, soprattutto quando sono coinvolti dati personali o fonti sensibili, esponendo i reporter a potenziali rischi legali e pressioni.
In risposta a queste modifiche e a un clima governativo sempre più restrittivo, alcuni giornalisti hanno ceduto all’autocensura, mentre altri insieme ad alcuni attivisti, hanno annunciato che, a fine marzo, porteranno il governo davanti alla Corte Suprema, denunciando come la normativa indebolisca i principi costituzionali, ostacoli il giornalismo investigativo e consenta alle autorità di trattenere informazioni rilevanti per il pubblico.