Il viaggio diplomatico di Trump in Cina, svoltosi dal 13 al 15 maggio, ha segnato la prima visita di un presidente americano a Pechino dal 2017. Pur non avendo lo stesso, dirompente effetto a sorpresa del celebre viaggio di Richard Nixon per incontrare Mao Zedong nel 1972, passato alla storia in Giappone come lo ‘shock di Nixon’, questo incontro ha avuto forti implicazioni geopolitiche.
Il summit si è concentrato principalmente sui rapporti commerciali bilaterali, sulla crisi nello Stretto di Hormuz e sul dossier Taiwan. Sul fronte economico, Trump si è detto soddisfatto dei progressi fatti con Pechino, annunciando la conclusione di importanti accordi: tra questi, l’acquisto da parte cinese di prodotti agricoli statunitensi, di circa 200 aerei Boeing (che secondo il tycoon potrebbero diventare 750) e di microchip Nvidia, oltre a una maggiore apertura del mercato locale alle imprese americane.
In merito alla crisi iraniana, il presidente statunitense ha evidenziato come USA e Cina condividano le stesse aspettative per una risoluzione del conflitto, ribadendo la ferma opposizione di Pechino all’acquisizione di armi nucleari da parte di Teheran.
Infine, il Presidente Xi ha evidenziato a Trump che la questione di Taiwan costituisce il tema più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti, affermando che una sua corretta gestione è fondamentale per preservare la stabilità generale del rapporto bilaterale.
A conclusione del viaggio, i principali vicini regionali di Pechino, Giappone e Corea del Sud, hanno iniziato a interrogarsi sulle possibili implicazioni dell’incontro tra i due leader. In questo contesto, il 19 maggio Sanae Takaichi si è recata in Corea del Sud per incontrare il suo omologo, Lee Jae Myung, in un colloquio che, con ogni probabilità, ha rappresentato anche un’occasione per confrontarsi sull’evoluzione della politica statunitense nei confronti della Cina e sulle possibili ricadute per la sicurezza e gli equilibri della regione.
Particolarmente delicato è il rapporto tra Cina e Giappone, che attraversa una fase di marcata tensione da quando, lo scorso ottobre, Takaichi è salita al governo e ha dichiarato in Parlamento che il Giappone potrebbe essere chiamato a svolgere un ruolo in un eventuale conflitto riguardante Taiwan, provocando una dura reazione da parte di Pechino.
Da allora, le relazioni bilaterali hanno registrato un progressivo deterioramento, sfociato in una situazione di sostanziale stallo. Anche i canali diplomatici informali, che in passato avevano contribuito ad attenuare le tensioni tra i due Paesi, risultano oggi in larga misura paralizzati. In questo contesto, l’apparente riavvicinamento tra Washington e Pechino rischia di ridurre ulteriormente i margini per una ripresa del dialogo tra Cina e Giappone.
Inoltre, Tokyo ha recentemente potenziato le proprie difese nelle isole sud-occidentali, nell’ambito di una strategia a lungo termine per contrastare l’espansionismo cinese. Proprio questa primavera, le Forze di Autodifesa giapponesi (SDF) hanno dispiegato missili a lungo raggio in una base a Kyushu, un’isola meridionale, mettendo di fatto a tiro la terraferma cinese. In parallelo, il Primo Ministro Takaichi ha allentato le restrizioni storiche sulle esportazioni di armamenti.
Pechino ha duramente condannato queste mosse, parlando apertamente di un “nuovo militarismo giapponese”. Sebbene tale retorica possa apparire esasperata, essa tradisce una reale e profonda preoccupazione per la tendenza a lungo termine del Giappone a diventare un attore sempre più proattivo nella sicurezza della regione.
Le tensioni politiche tra i due Paesi si sono inevitabilmente estese anche sul piano sociale. Il numero di visitatori cinesi in Giappone è diminuito di oltre la metà nel primo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel frattempo, in Cina sono stati cancellati i concerti di diverse pop star giapponesi, mentre sui social media locali sono diventati virali video dal forte tono nazionalista e antinipponico. Parallelamente, si sono registrati preoccupanti episodi isolati di intolleranza e violenza ai danni di cittadini giapponesi.
FONTE: THE ECONOMIST