In India la maggioranza della popolazione è di religione induista, ma il Paese è caratterizzato da una significativa pluralità confessionale, che include anche una consistente minoranza cristiana, che negli ultimi anni è finita al centro di gravi episodi di intolleranza e discriminazione.
Tra i fenomeni più recenti e controversi emerge la riesumazione forzata dei corpi di persone convertite al cristianesimo, spesso attuata su pressione delle comunità locali. Il caso di Chamru Ram Salam ne costituisce un esempio emblematico: a seguito delle proteste di una folla ostile alla sua sepoltura secondo il rito cristiano, la polizia è intervenuta per esumare la salma e rimuoverla dal cimitero.
Non si tratterebbe di un caso isolato: nello stato dell’India centrale, il Chhattisgarh, pratiche simili sono state riprese in agghiaccianti video diffusi poi sui social. Per fermare le sepolture cristiane, i locali hanno vandalizzato sale di preghiera e dato fuoco alle case dei villaggi, spingendo le forze dell’ordine a intervenire per rimuovere quello che viene definito come il ‘corpo offensivo’.
Alla base di queste tensioni vi è il movimento ghar wapsi (in hindi, ‘ritorno a casa’), che promuove il ritorno all’induismo di quanti hanno abbracciato altre fedi. L’ideologia del gruppo si fonda sul presupposto che ogni indiano sia ‘naturalmente’ induista, in quanto discendente da antenati di quella fede; di conseguenza, il passaggio al cristianesimo o all’islam viene percepito come una rottura dell’identità originaria. In questo quadro, anche pratiche estreme come la riesumazione dei corpi vengono, quindi, giustificate come atti di ‘purificazione’ o di difesa della comunità.
Anche il contesto politico contribuisce ad alimentare le tensioni. Uno studio del 2025, basato su sondaggi condotti tra cristiani indiani residenti all’estero, individua nel clima politico nazionale uno dei principali fattori alla base dell’aumento delle ostilità, in particolare alla luce delle posizioni del governo guidato da Narendra Modi.
Recentemente, in Chhattisgarh è stata approvata una delle leggi anti-conversione più restrittive del Paese, definita ‘legge sulla libertà di religione’. Anche il Maharashtra ne ha introdotta una simile, portando a 14 su 28 il numero degli Stati dotati di simili normative. Queste leggi rendono la conversione un processo complesso e rischioso, introducendo controlli stringenti, sanzioni severe e un’ampia possibilità di intervento da parte delle autorità.
Un punto centrale delle legislazioni riguarda il cosiddetto ‘allettamento’, ovvero il divieto di cambiare fede in cambio della promessa di migliori condizioni di vita. In un contesto in cui i membri delle caste più basse subiscono forti discriminazioni, la conversione rappresenta spesso una via di emancipazione. Le nuove disposizioni rischiano però di criminalizzare anche le scelte puramente volontarie, arrivando a considerare persino il messaggio di dignità e uguaglianza sociale predicato dai sacerdoti come un incentivo illegale.
Chi intende convertirsi deve, inoltre, notificare la propria decisione con largo anticipo e sottoporsi a verifiche pubbliche, esponendosi a possibili contestazioni da parte della comunità e a indagini da parte della polizia. In Chhattisgarh, le sanzioni per le cosiddette ‘conversioni di massa o forzate’ possono arrivare fino all’ergastolo e a multe elevate.
Se da un lato le autorità difendono le norme sostenendo che sono necessarie per proteggere le fasce vulnerabili da raggiri, con il capo della polizia del Chhattisgarh, Arun Dev Gautam, che definisce le conversioni una minaccia alla sicurezza interna, dall’altro i critici offrono una lettura opposta. Secondo il sacerdote Kamlesh Dhruv, queste leggi mirano a consolidare un progetto politico più ampio: trasformare l’India in una Hindu rashtra, una nazione fondata in via esclusiva sull’identità induista.
Le normative anti-conversione potrebbero, però, essere presto sottoposte al vaglio della Corte Suprema dell’India, chiamata a stabilire se violino i diritti costituzionali alla libertà di coscienza e alla privacy. La decisione contribuirà a definire il rapporto tra religione e Stato in un’India sempre più segnata da dinamiche di nazionalismo religioso.
Fonte: THE ECONOMIST
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