sabato, Aprile 11, 2026

La Cina si colora di verde

Le iniziative ambientali di Pechino combinano energia pulita, riforestazione e volontariato pubblico.

by Rachele Gabbin

La Cina sembra puntare sempre di più a “colorarsi di verde”, cercando di bilanciare la propria immagine internazionale: da un lato il principale emettitore globale di CO₂, dall’altro uno dei paesi che investono di più nella transizione energetica.

Guardando ai numeri, è interessante notare come tra il 2023 e il 2024 la Cina abbia installato sul proprio territorio circa due terzi della nuova capacità solare ed eolica mondiale, superando di gran lunga gli impegni assunti nell’ambito degli Accordi di Parigi sul clima, secondo i quali avrebbe dovuto raggiungere il 20% del consumo energetico da fonti rinnovabili “verso il 2030”.

Tali obiettivi risultano già superati: nei primi sei mesi del 2025, secondo il centro studi Ember, la Cina ha installato circa 250 gigawatt di nuova capacità solare, raggiungendo in appena sei mesi più potenza fotovoltaica di quanta gli Stati Uniti abbiano installato complessivamente nella loro storia e circa il doppio della capacità totale della Germania.

Ma la strategia ambientale cinese non si limita al settore energetico. Accanto alla massiccia espansione delle energie rinnovabili, Pechino sta portando avanti anche programmi di riforestazione e recupero degli ecosistemi su larga scala.

In occasione della 48ª Giornata nazionale della piantumazione degli alberi è stato infatti presentato un rapporto annuale della National Greening Commission, che evidenzia come il Paese abbia registrato una crescita sia nel volume delle riserve forestali sia nel valore complessivo della produzione dell’industria forestale e delle praterie. I dati contenuti nel rapporto indicano che entro il 2025 la Cina ha realizzato quasi 3,6 milioni di ettari di nuove piantumazioni forestali e ha recuperato 4,9 milioni di ettari di praterie degradate.

Questi risultati sono stati favoriti anche dall’esistenza, nel Paese, di una vera e propria politica di volontariato legata alle attività di piantumazione. Lo stesso segretario generale del Partito Comunista Cinese Xi Jinping, ha più volte sottolineato come la piantumazione volontaria rappresenti un’iniziativa che ogni cittadino dovrebbe portare avanti e che assume un valore intergenerazionale.

Nel 2025 94.000 funzionari e dipendenti dei dipartimenti del governo centrale e nazionale hanno partecipato a queste attività volontarie, contribuendo alla messa a dimora di circa 340.000 alberi. Secondo il rapporto, tali politiche hanno prodotto risultati significativi: nel 2025 il volume totale delle riserve forestali della Cina ha raggiunto quasi 21 miliardi di metri cubi, rispetto ai oltre 20 miliardi registrati nel 2024.

In linea con queste iniziative, Lu Lihua, vice-responsabile del dipartimento per il ripristino ecologico del territorio presso il ministero delle risorse naturali di Pechino, ha spiegato come l’iniziativa Shan-Shui abbia l’obiettivo di promuovere su scala nazionale la riforestazione. L’iniziativa, il cui nome significa letteralmente “montagne e fiumi”, rappresenta un ambizioso progetto volto a ripristinare 10 milioni di ettari di spazi naturali, tra cui montagne, foreste, praterie e corsi d’acqua, entro il 2030.

Ad oggi il ministero e altri organismi nazionali hanno guidato 29 regioni a livello provinciale nell’attuazione di 52 progetti Shan-Shui. Di questi, 27 sono stati realizzati tra il 2021 e il 2025, sostenuti da 53 miliardi di yuan (circa 7,7 miliardi di dollari) di fondi del governo centrale. L’iniziativa ha già mostrato risultati significativi, consentendo il ripristino di oltre 5,5 milioni di ettari di territorio, tra cui più di 1,5 milioni di ettari di foreste e praterie.

Tuttavia queste iniziative hanno un costo: diversi scienziati della Tianjin University, della China Agricultural University di Pechino e della Utrecht University nei Paesi Bassi hanno evidenziato un problema legato a queste pratiche di sovra piantumazione, sostenendo che l’aumento della vegetazione già registrato tra il 2001 e il 2020 abbia di fatto  ridotto la disponibilità di acqua sia nella regione monsonica orientale che nella regione arida nordoccidentale andando a creare una situazione di potenziale rischio nell’ecosistema locale, considerato che  queste aree rappresentano circa il 74% della superficie totale della Cina. Resta comunque il fatto che la Cina si sta muovendo sempre di più verso un cambiamento positivo, tra foreste, rinnovabili e iniziative ecologiche concrete.

Rachele Gabbin

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