Il neoeletto primo ministro ungherese, Péter Magyar, lunedì si è espresso con toni netti nei confronti di Benjamin Netanyahu, dichiarando pubblicamente che, qualora il premier israeliano entrasse in territorio ungherese, le autorità procederebbero al suo arresto.
La posizione del nuovo leader si richiama al mandato di detenzione pendente nei confronti di Netanyahu emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Il primo ministro israeliano è infatti accusato di crimini di guerra, tra cui l’uso della fame come metodo di coercizione e la conduzione intenzionale di attacchi contro la popolazione civile, nonché di crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, persecuzione e altri atti disumani, che sarebbero stati commessi nel periodo compreso tra l’8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024.
Già lo scorso anno Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International, aveva rivolto un appello all’Ungheria affinché intervenisse in modo coercitivo nei confronti di Israele, affermando: “Leader potenti, come Benjamin Netanyahu, accusati dalla Corte Penale Internazionale di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, non devono più godere della prospettiva di un’impunità perpetua. […] In quanto Stato membro della Corte, l’Ungheria è tenuta ad arrestare Netanyahu qualora dovesse recarsi nel Paese e a consegnarlo alla Corte. Qualsiasi viaggio egli intraprenda in uno Stato membro della CPI che non si concluda con il suo arresto incoraggerebbe Israele a commettere ulteriori crimini contro i palestinesi nei Territori Palestinesi Occupati”.
Le sue parole si riferivano ad un contesto diverso, dove l’Ungheria di Orbán, adottava una posizione nettamente più permissiva nei confronti di Israele. Quanto annunciato da Magyar rappresenta, infatti, un significativo cambio di rotta rispetto all’approccio adottato dell’ex premier ungherese nei confronti di Tel Aviv. I due leader erano infatti stretti alleati e, durante la visita di Netanyahu a Budapest nell’aprile 2025, Orbán si era rifiutato di procedere al suo arresto.
Orbán aveva inoltre annunciato il ritiro dell’Ungheria dalla Corte Penale Internazionale, un processo che ai sensi dello Statuto della Corte richiede un anno per diventare effettivo e che, di fatto, avrebbe avuto l’effetto di garantire l’immunità a Netanyahu. Ad oggi, Magyar ha prontamente annunciato che intende bloccare il ritiro dell’Ungheria dalla CPI entro il 2 giugno, data che segnerebbe esattamente un anno dalla notifica formale di uscita presentata al Segretario generale delle Nazioni Unite.
Per il nuovo primo ministro ungherese si profila già un banco di prova concreto. È infatti prevista per il prossimo autunno una visita di Benjamin Netanyahu in Ungheria, che lo stesso premier israeliano ha confermato di voler effettuare. Interrogato dai giornalisti sulle possibili implicazioni dell’incontro, Magyar ha risposto: “L’ho chiarito anche al Primo Ministro israeliano… è ferma intenzione del governo Tisza fermare questa procedura e garantire che l’Ungheria rimanga un membro della CPI”, aggiungendo: “Se un paese è membro della CPI e una persona ricercata dalla Corte entra nel nostro territorio, tale persona deve essere presa in custodia”.
L’approccio di Magyar appare certamente più deciso e “coraggioso” rispetto a quello adottato da altri leader europei. Alcuni Paesi hanno infatti sostenuto che la loro adesione alla Corte Penale Internazionale non implichi necessariamente l’obbligo di eseguire mandati di arresto emessi dalla Corte nei confronti di capi di Stato o di governo in carica.
La Francia, ad esempio, ha argomentato che l’arresto di Netanyahu potrebbe entrare in conflitto con altri obblighi internazionali in vigore nei confronti di Israele. Anche in Germania, l’allora cancelliere Olaf Scholz aveva dichiarato, nell’aprile 2025, di non riuscire a immaginare il proprio Paese procedere all’arresto di Netanyahu. Nella stessa direzione si è mossa l’Italia, che ha riconosciuto immunità al leader israeliano. La posizione di Roma si fonda su un parere legale dei Ministeri degli Esteri e della Giustizia, secondo cui l’immunità per il leader in visita sarebbe consentita ai sensi della Convenzione di Vienna, il trattato internazionale che disciplina le immunità diplomatiche.
FONTE: POLITICO