Vi proponiamo un articolo pubblicato il 3 maggio scorso sul Corriere della Sera, nel quale Marco Signori parla del libro “Uguaglianza” scritto da Darrin McMahon.
Uguaglianza è relazione. Ma tra cosa? Si può essere uguali, o diversi, su una miriade di aspetti: economici, sessuali, sociali, culturali… Come pensare allora questa relazione pienamente politica, che nei secoli non ha mai smesso di interrogare la nostra umanità? E qual è la storia profonda di questo concetto appassionante e difficile? Darrin McMahon, professore di storia al Dartmouth College, ci aiuta a districare il groviglio filosofico di un’idea ingannevolmente semplice con il suo nuovo libro, Uguaglianza. Storia di un’idea sfuggente (DeriveApprodi).
Quello di uguaglianza non è un concetto moderno. Con una fine mescolanza di studi antropologici ed etnografici, il saggio mostra fin da subito che il problema dell’uguaglianza risale a un passato remotissimo, addirittura preistorico: insomma, noi esseri umani continuiamo da sempre a porci le stesse domande. «Parlare di natura umana e ricercarne le costanti è un lavoro pericoloso, e sono state dette cose terribili al riguardo. L’ho fatto con grande cautela, ma ho scritto anche di questo perché credo sia importante prendere sul serio gli schemi, i pattern di lungo corso». È proprio quanto avviene in Uguaglianza che, in tre ampie sezioni, esamina dodici «figure» (l’immagine è presa in prestito da Auerbach) del concetto di uguaglianza: dodici quadri temporali, o casi, che dimostrano la stratificazione progressiva dell’idea di uguaglianza, dalle pitture rupestri alla Grecia antica, dal cristianesimo alla Francia moderna, dalla Germania nazista agli Stati Uniti di Martin Luther King.
L’intero libro si gioca su un motivo ricorrente: la tensione profonda degli esseri umani tra la gerarchia e il suo rifiuto, e dell’uguaglianza stessa tra identità e differenza. «Siamo intensamente gerarchici, eppure siamo anche incredibilmente resistenti alla gerarchia e al dominio». Da Aristotele a Carl Schmitt, McMahon ritrova ovunque raffigurazioni e configurazioni diverse di questo schema. E così complica l’idea ingenua di uguaglianza che vive, non esaminata, dentro ognuno di noi. «Il mio primo obiettivo era quello di produrre uno straniamento: rendere meno familiare un concetto dato troppo spesso per scontato».
Ecco allora connessioni impreviste e inversioni del senso comune: per Aristotele si può essere uguali solo quando si è simili (homoioi kai isoi), e un giurista nazista come Carl Schmitt porta alle estreme conseguenze questo concetto (apparentemente apollineo ed eminentemente democratico) quando teorizza l’uguaglianza per il Volk, il popolo tedesco, e la disuguaglianza — terribile e tirannica — per tutti gli altri. È ugualmente sorprendente, o forse di più, scoprire che invece l’autore del Capitale, Karl Marx, era un fiero oppositore dell’uguaglianza, dato che aveva riconosciuto con chiarezza «le tendenze di omologazione e standardizzazione proprie della modernità, e in particolare del capitalismo».
Per essere uguali dobbiamo allora essere soldati in uniforme, allievi omologati di una boarding school britannica? Proprio qui sembra emergere la posta in gioco più importante del libro, e il suo rilievo per le preoccupazioni del nostro tempo. Le figure storiche tracciate da Mc
Mahon sembrano talvolta ridurre l’uguaglianza a tautologia: si è eguali se si è uguali, soldatini identici gli uni agli altri: per razza, cultura, ricchezza… Ma un’altra immagine, opposta e profonda, emerge in controluce: quella del sociologo americano W.E.B. Du Bois, che già nel 1915 proclamava l’uguaglianza per cui vale la pena lottare come un fondamentale «diritto alla differenza». In che senso? «Significa che non dobbiamo essere per forza identici per essere uguali come cittadini: possiamo, dobbiamo differire in tantissimi aspetti, ma l’uguaglianza di diritti ci dev’essere garantita». Eppure proprio qui si cela uno dei segreti nascosti (McMahon li chiama dirty secrets) della retorica egualitaria: «Quando si ha a che fare con una popolazione estremamente globalizzata ed etnicamente eterogenea, per le persone diventa sempre più difficile tollerare questa uguaglianza-nella-differenza. Troppe differenze ci mettono a disagio, anche se l’idea dell’uguaglianza continua ad affascinarci».
Ci resta, luminosa, l’importanza del principio: molti, fa notare McMahon, condannano l’ipocrisia di Thomas Jefferson, che mentre vergava le parole ispirate della Dichiarazione d’Indipendenza (All men are created equal) possedeva schiavi: «Ma questo non significa che il principio non fosse valido, e universale. Come ha detto Martin Luther King (nel celebre discorso I have a dream del 1963, ndr), si tratta di una nota promissoria, una promessa di piena attuazione futura».
Proprio il futuro dell’uguaglianza è una sfida per noi, oggi. McMahon non si nasconde che viviamo in tempi oscuri, in cui il sogno dell’uguaglianza — per tutti, e come riaffermazione paradossale dell’unità nella differenza — sembra recedere e svanire: proprio la difficoltà delle società contemporanee a mantenere la promessa di un’effettiva uguaglianza mette sempre più spesso a dura prova la tenuta delle nostre democrazie, che quell’uguaglianza dovrebbero garantire. Ma McMahon resta ottimista: «L’uguaglianza è stata immaginata in molti modi nel corso della storia. E può essere immaginata ancora».