Una strage silenziosa, avvenuta lontano dai riflettori internazionali ma che rischia di aggravare ulteriormente una crisi già profonda. Nel fine settimana, almeno 74 lavoratori delle miniere sono stati uccisi da uomini armati nella zona di Jebel Iraq, un’area ricca di minerali situata a sud-ovest della capitale Juba, nel cuore dell’Equatoria Centrale. Un bilancio pesante, che ha immediatamente scatenato uno scambio di accuse tra il governo e le forze di opposizione, senza che nessuno abbia ancora rivendicato la responsabilità dell’attacco.
Jebel Iraq è un territorio formalmente sotto il controllo dell’esercito nazionale, il che rende ancora più spinosa la questione di chi abbia potuto agire indisturbato in quella zona. Il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan nell’Opposizione — l’SPLM-IO, il partito del Primo Vicepresidente sospeso Riek Machar — è stato il primo a prendere la parola, condannando le uccisioni e definendole “deplorevoli, barbare e inaccettabili”. Allo stesso tempo, però, il portavoce di Machar, Puok Both Baluang, ha puntato il dito contro le forze dell’esercito nazionale, sostenendo che, proprio perché l’area è sotto controllo militare esclusivo, la responsabilità non può che ricadere su di loro. L’esercito, per ora, non ha risposto a queste accuse.
Dal fronte governativo, la reazione non si è fatta attendere. Il governatore ad interim dell’Equatoria Centrale, Paulino Lukudu Obede, ha parlato di un’uccisione “brutale e barbarica di civili innocenti da parte delle forze ribelli”, senza però indicare esplicitamente quale gruppo fosse coinvolto. Nella serata di lunedì, il Vice Ministro dell’Informazione David Yau Yau è andato più diretto, accusando l’SPLM-IO di essere dietro il massacro. Nel frattempo, il Vicepresidente James Wani Igga ha definito le vittime “la spina dorsale dell’economia locale” e ha promesso che il governo non avrebbe tollerato ulteriori violenze contro i civili, chiedendo l’apertura di un’indagine formale per identificare i responsabili.
A complicare il quadro c’è la presenza, nella regione, di diversi gruppi armati che operano indipendentemente dall’SPLM-IO, tra cui il Fronte di Salvezza Nazionale, attivo proprio nell’Equatoria Centrale. Nessuno di questi ha rivendicato l’attacco, e l’identità degli assalitori rimane per il momento sconosciuta. Il portavoce dell’opposizione ha chiesto alle Nazioni Unite di aprire un’indagine indipendente, non solo su questo episodio ma anche su altri presunti crimini di guerra commessi in varie parti del paese.
La strage di Jebel Iraq si inserisce in un contesto politico e militare già estremamente fragile. Il Sud Sudan, uno dei paesi più giovani del mondo, è da anni teatro di un conflitto che contrappone le forze governative alle milizie di opposizione. Riek Machar, figura centrale dell’opposizione, si trova agli arresti domiciliari a Juba dallo scorso marzo, in attesa di processo per accuse gravissime — tra cui omicidio, tradimento e crimini contro l’umanità — che lui stesso respinge.
Sullo sfondo di questa violenza c’è anche una questione economica tutt’altro che secondaria. Il Sud Sudan è un paese ricco di risorse minerarie, in particolare oro, e il governo ha negli anni assegnato numerose concessioni a compagnie straniere. Ma accanto al settore formale prospera quello informale: nella regione dell’Equatoria, migliaia di minatori artigianali lavorano senza autorizzazione, in condizioni di estrema vulnerabilità. Una vulnerabilità che, come dimostra questa strage, può avere conseguenze tragiche.
Chi siano stati i responsabili, e perché abbiano agito, resta per ora senza risposta. La comunità internazionale osserva, mentre il Sud Sudan continua a cercare una stabilità che sembra ancora lontana.
Fonte: BBC
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