Médecins Sans Frontières ha pubblicato il rapporto più esaustivo finora disponibile sulla violenza sessuale nel conflitto sudanese, basato sulle testimonianze di 3.396 vittime che tra gennaio 2024 e novembre 2025 hanno ricevuto cure presso strutture mediche supportate dall’organizzazione nel Nord e nel Sud Darfur. Il documento descrive una situazione in cui la violenza sessuale non si configura come fenomeno episodico, ma come elemento strutturale e persistente della guerra.
Secondo il rapporto, le aggressioni sono commesse in modo prevalente da uomini armati e sono spesso accompagnate da altre forme di violenza fisica. Le Rapid Support Forces, milizia paramilitare che controlla gran parte della regione del Darfur, sono indicate come responsabili dalla maggioranza delle vittime intervistate. La leadership delle RSF ha riconosciuto l’esistenza di “singole violazioni” durante le operazioni militari, affermando che sono in corso indagini interne, e ha contestato la portata dei numeri riportati. Anche l’esercito regolare sudanese figura tra i soggetti accusati.
Il rapporto documenta in particolare gli eventi seguiti alla conquista da parte delle RSF dei campi profughi di Zamzam e Abu Shouk e della città di el-Fasher nell’ottobre 2024. MSF riferisce che oltre il 90% delle vittime assistite in quella fase furono aggredite durante la fuga verso la città di Tawila. Le testimonianze raccolte descrivono attacchi di gruppo, spesso accompagnati da violenze ulteriori e, in alcuni casi, dall’uccisione di familiari. Il rapporto segnala inoltre un pattern di targeting etnico, con comunità non arabe come i Zaghawa, i Massalit e i Fur indicate come sistematicamente colpite.
Un elemento centrale del documento riguarda la persistenza della violenza sessuale anche nelle aree non interessate da combattimenti attivi. Nel Sud Darfur, regione distante dalle principali linee del conflitto, oltre 1.300 donne — il 56% delle vittime che si sono rivolte alle cliniche MSF nello stato — hanno dichiarato di essere state aggredite durante attività quotidiane come la raccolta di acqua o legna, il lavoro nei campi o gli spostamenti verso i mercati. MSF attribuisce questo fenomeno a un contesto di forte militarizzazione, disuguaglianze di genere strutturali e un diffuso senso di impunità tra i responsabili.
I dati relativi ai minori indicano che una vittima su cinque nel Sud Darfur aveva meno di 18 anni, con 41 casi riguardanti bambine al di sotto dei cinque anni. L’organizzazione precisa che i numeri raccolti rappresentano una sottostima significativa del fenomeno reale, a causa degli ostacoli all’accesso alle cure: insicurezza, sfollamento, stigma sociale e carenza di servizi di protezione.
MSF conclude il rapporto sottolineando le lacune della risposta umanitaria internazionale e sollecitando meccanismi di responsabilità e interventi concreti a tutela delle sopravvissute.
Fonte: BBC
Photo credits: Cindy Gonzalez, Msf