sabato, Aprile 18, 2026

Erdoğan è il nuovo leader della comunità musulmana?

Il presidente della Turchia sta costruendo la sua influenza nel mondo musulmano. La comunità internazionale si dice scettica.

by Rachele Gabbin

Nel suo palazzo presidenziale ad Ankara, Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, questo febbraio si rivolgeva ai governatori delle varie province turche, pronunciando parole rivolte in realtà a un pubblico ben più ampio: “l’umma (ossia l’intera comunità islamica) non venga schiacciata dalle divisioni che durano da secoli […] se solo ci aggrappiamo saldamente alla nostra fratellanza, ai nostri fratelli, alla nostra fede e ai nostri sogni, allora, con il permesso di Allah, non ci sarà trappola che non potremo superare.”

Dalla morte del Profeta Maometto nel 632 d.C., la comunità musulmana non ha più potuto fare riferimento su  un’autorità unica e universalmente riconosciuta come guida dell’umma. Erdoğan si vede come un ottimo candidato per colmare questo vuoto, secondo alcuni osservatori. Per il mondo musulmano, l’immagine del presidente turco si è infatti consolidata negli anni come punto di riferimento autorevole, frutto di uno sforzo orchestrato nelle sue apparizioni pubbliche e accompagnato da impegni mirati a supporto della comunità islamica internazionale.

Tutto questo fa parte di una strategia consolidata e di lunga data, volta a guadagnare influenza diplomatica tra gli Stati con comunità musulmane. Già durante il suo mandato come primo ministro, nel 2011, è intervenuto per richiedere maggiori aiuti per la carestia in Somalia, diventando così il primo leader non africano a recarsi nel Paese dopo decenni di conflitti. La sua visita, accompagnata dall’invio di aiuti umanitari e dall’attenzione internazionale, è stata all’epoca presentata come un gesto disinteressato, ma col tempo ha gettato le basi per una partnership sempre più strategica e pragmatica. Parallelamente, Erdoğan si è impegnato nell’accoglienza di oltre 3 milioni di rifugiati siriani a seguito della guerra civile scoppiata in Siria nello stesso anno.

Il presidente si è anche espresso a favore di una maggiore inclusione delle minoranze musulmane, richiamando l’attenzione su diverse situazioni di discriminazione e violazione dei diritti nei confronti della comunità. In particolare, ha denunciato la persecuzione dei Rohingya in Myanmar e il trattamento degli Uiguri in Cina. In occasione di un incontro ad Ankara con il Segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset, ha inoltre denunciato un aumento di razzismo, islamofobia e xenofobia in Europa.

Più recentemente, Erdoğan ha mostrato il proprio impegno in relazione a diversi contesti di conflitto. Nel corso dell’80ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella giornata del 23 settembre 2025, ha espresso il proprio sostegno a una soluzione pacifica della questione del Kashmir. Nel suo intervento ha fatto riferimento all’escalation tra India e Pakistan verificatasi nell’aprile dello stesso anno, accogliendo con favore il cessate il fuoco raggiunto e sollecitando la prosecuzione del dialogo per prevenire ulteriori tensioni. Il presidente della Turchia ha poi successivamente manifestato la propria attenzione anche nei confronti del conflitto israelo-palestinese, adottando una linea fortemente critica nei confronti del governo israeliano e sostenendo la necessità di accertare eventuali responsabilità per crimini di diritto internazionale.

Questa leadership internazionale è consolidata ma tutt’altro che garantita, e deve confrontarsi con altri contendenti, tra cui il presidente siriano Ahmad al-Sharaa. La posizione di Erdoğan è infatti minacciata internamente dalla crescente impopolarità in Turchia, dovuta ad una gestione economica discutibile che è risultata in elevata inflazione e alti tassi di interesse. Infine, il carattere mercantilista e opportunista di questo posizionamento strategico non è sfuggito a diversi rappresentanti della comunità internazionale che continuano ad accusarlo di aver contribuito a innescare tensioni e conflitti in diverse aree del Medio Oriente.

Rachele Gabbin

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