Nel cuore dell’Africa orientale, a pochi chilometri dal confine con il Sud Sudan, sorge Kakuma: uno dei campi profughi più grandi del mondo, una città invisibile che ospita circa 200.000 persone fuggite da guerre, persecuzioni e carestie. Una realtà che il mondo tende a dimenticare — fino a quando, come accaduto lunedì 3 marzo scorso, esplode nella violenza.
Le proteste che hanno scosso Kakuma all’inizio di marzo 2025 non sono arrivate dal nulla. Sono il risultato di settimane di silenziosa disperazione, di code interminabili davanti a distributori di acqua vuoti, di bambini che vanno a letto senza mangiare, di ospedali senza medicine. Quando la pazienza si esaurisce, anche i più vulnerabili scendono in strada. E la risposta delle autorità keniote — proiettili veri sparati sulla folla — ha trasformato una crisi umanitaria in uno scandalo internazionale.
All’origine del collasso c’è la decisione presa negli uffici di Washington. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’amministrazione americana ha avviato una drastica riduzione dei fondi destinati all’USAID, l’agenzia governativa statunitense che da decenni costituisce la spina dorsale degli aiuti umanitari globali. Il Kenya, e in particolare Kakuma, ha subito le conseguenze in modo diretto e brutale: meno cibo distribuito, operatori sanitari senza stipendio, scuole che chiedono rette che i rifugiati non possono permettersi.
Mama Kayembe, rifugiata congolese nel campo, ha riassunto con parole crude e disperate la percezione diffusa tra gli abitanti: ogni problema, ogni mancanza, ogni sofferenza viene oggi ricondotta a un solo nome. «È sempre colpa di Trump», ha detto. «Siamo stanchi.» Non si tratta di un’analisi politica sofisticata, ma di qualcosa di più potente: la testimonianza diretta di chi vive sulla propria pelle le conseguenze delle scelte dei potenti.
La fame, si sa, non genera solo sofferenza fisica. Genera tensione, conflitti, criminalità. Kakuma ospita rifugiati provenienti da Sud Sudan, Etiopia e Somalia — comunità diverse, con storie diverse, costrette a convivere in spazi angusti e in condizioni estreme. Finché gli aiuti garantivano una soglia minima di sopravvivenza, una fragile convivenza era possibile. Con i tagli, quella soglia è venuta meno, e con essa anche l’equilibrio sociale interno al campo.
Gli operatori umanitari presenti sul territorio avvertono da tempo che senza fonti alternative di finanziamento il rischio di una spirale fuori controllo è concreto. Le proteste di lunedì ne sono state la prima, drammatica conferma.
Ciò che colpisce, in questa vicenda, è l’assordante silenzio della comunità internazionale. Mentre si discute di dazi, di geopolitica e di intelligenza artificiale, 200.000 persone in un angolo del Kenya lottano per sopravvivere. L’UNHCR e le organizzazioni non governative presenti lanciano appelli, ma senza il sostegno finanziario dei grandi donatori — primo fra tutti gli Stati Uniti — gli appelli rischiano di restare lettera morta.
Fonte: Africa News