sabato, Aprile 18, 2026

Le Autorità israeliane impongono restrizioni ai luoghi di culto a Gerusalemme

A seguito delle tensioni con l’Iran, Israele introduce nuove limitazioni durante il periodo pasquale, suscitando il malcontento dei fedeli

by Rachele Gabbin

Nelle ultime settimane di conflitto tra Israele e Iran, le forze israeliane hanno intercettato numerosi missili provenienti da Teheran e diretti verso aree prossime ai luoghi di culto di Gerusalemme. Sebbene i sistemi di difesa abbiano neutralizzato la maggior parte delle minacce, l’impatto di detriti nelle zone più sensibili ha segnato un passaggio simbolico rilevante, contribuendo ad alimentare un clima di crescente insicurezza. In risposta, le autorità israeliane hanno introdotto limitazioni agli assembramenti e rafforzato i controlli agli accessi, in particolare nella zona della Città Vecchia. Non sono state adottate misure di chiusura totali, ma restrizioni mirate che incidono però duramente sulla vita religiosa quotidiana e sul flusso dei pellegrini. Del resto, in una città come Gerusalemme ogni misura di sicurezza assume un significato politico e religioso, con effetti che possono propagarsi ben oltre i confini locali.

Uno dei luoghi di culto più importante di Gerusalemme è il Santo Sepolcro, simbolo di un equilibrio estremamente fragile, dove vige il così detto “status quo” un sistema di regole formalizzato nel 1852 in epoca ottomana, che disciplina con precisione i rapporti tra le diverse confessioni cristiane. All’interno del Sepolcro, ogni aspetto, dagli orari di preghiera alla gestione degli spazi, è rigidamente regolato per evitare tensioni. Oggi, alla vigilia di celebrazioni fortemente simboliche come la Pasqua, le limitazioni legate alla sicurezza rischiano di alterare questo equilibrio: anche variazioni minime nella gestione dei flussi possono generare frizioni tra le comunità. Questo perché lo status quo rappresenta non solo un accordo pratico, ma un simbolo di convivenza.

Il discorso si fa ancora più delicato per quanto riguarda la Spianata delle Moschee, uno dei luoghi più contesi al mondo. Dopo il 1967, Israele ha mantenuto un assetto particolare: il controllo della sicurezza è rimasto israeliano, mentre la gestione religiosa è affidata al Waqf giordano, l’istituzione islamica incaricata dell’amministrazione dei luoghi santi musulmani. Questo equilibrio è servito a garantire la libertà di culto per i musulmani e un accesso regolato per i non musulmani. Tuttavia, ogni modifica del sistema, reale o percepita, ha storicamente provocato forti reazioni. Anche in questo caso, quindi, le recenti restrizioni applicate per ragioni di sicurezza dalle autorità rischiano di essere interpretate come una violazione dell’assetto vigente, alimentando tensioni e possibili proteste.

Infine, le misure di sicurezza si sono estese anche al Muro del Pianto (conosciuto anche come Kotel), il luogo più sacro per l’ebraismo. Accessibile liberamente dal 1967, rappresenta uno spazio centrale della vita religiosa, soprattutto per gli ebrei ortodossi.

Israele, che a lungo ha rivendicato la propria capacità di garantire l’accesso ai luoghi santi delle tre religioni monoteiste, si trova oggi, dunque, costretto a mettere in discussione questo principio. Mantenere aperti i siti religiosi e, al contempo, assicurare la sicurezza si sta rivelando un equilibrio sempre più difficile da sostenere.

In questo contesto, un altro elemento che suscita malcontento è il fatto che, in qualsiasi altro anno in questo periodo, decine di migliaia di cristiani provenienti da tutto il mondo avrebbero percorso le strette e ripide strade verso la Città Vecchia, agitando rami di palma e cantando. Rami Asakrieh, parroco della comunità cattolica di Gerusalemme, ha dichiarato che la comunità sentirà profondamente la mancanza della processione. Tuttavia, ha aggiunto che la cancellazione rappresenta anche un richiamo al fatto che la fede nasce interiormente e non dipenda da azioni esterne. “Celebriamo la resurrezione: la resurrezione nasce dalla morte e dalla capacità di superare il dolore e la guerra”, ha affermato. “Non verrà attraverso la paura, ma attraverso la fede.”

Rachele Gabbin

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