sabato, Aprile 18, 2026

Donald Trump annuncia un cessate il fuoco con l’Iran

Ieri il presidente degli Stati Uniti ha annunciato un periodo di tregua di due settimane nei combattimenti e la riapertura dello stretto di Hormuz; l’armistizio resta fragile e incerto

by Rachele Gabbin

Quando mancavano ormai 90 minuti alla scadenza dell’ultimatum, Donald Trump ha annunciato il raggiungimento di un cessate il fuoco tra le parti coinvolte nel conflitto, insieme alla “completa, immediata e sicura” riapertura dello stretto sul Golfo Persico. È così ufficialmente iniziato un periodo di tregua nel conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran, che dovrebbe durare circa due settimane. Trump aveva precedentemente intimato all’Iran attraverso i social network di riaprire lo Stretto di Hormuz, prospettando in caso contrario conseguenze devastanti, fino a evocare il rischio di riportare il Paese “all’età della pietra”. In seguito, l’Iran ha confermato la tregua, dichiarando che il traffico attraverso lo stretto potrà riprendere, seppur con alcune “limitazioni tecniche”. Il negoziato prevede poi la sospensione degli attacchi da parte degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e la cessazione delle operazioni iraniane contro Israele e i paesi del Golfo.

Non sono stati resi noti ulteriori elementi in merito a quanto concordato tra Washington e Teheran. Di fatto, la nuova tregua costituisce un motivo di sollievo per i mercati globali e per un Medio Oriente ormai stremato dal protrarsi delle ostilità. D’altro canto, il percorso verso un dialogo costruttivo si presenta lungo e incerto. Binyamin Netanyahu, primo ministro israeliano, non sembrerebbe soddisfatto dei recenti sviluppi e ha prontamente specificato che il cessate il fuoco non si applicherà al conflitto in Libano: Israele ha, infatti, continuato i raid aerei nei confronti del Paese, portando l’Iran a minacciare la ripresa delle ostilità.

Nelle ultime settimane, Stati Uniti e Iran hanno avanzato diverse proposte per porre fine al conflitto, ma gli incontri hanno solo evidenziato una distanza significativa tra le rispettive posizioni. L’ultima proposta iraniana in dieci punti è stata tuttavia descritta da Trump come una “base praticabile su cui negoziare”. Questa prevederebbe condizioni molto favorevoli per l’Iran, tra cui il controllo dello Stretto di Hormuz, il ritiro delle truppe americane dalle basi nella regione e il riconoscimento del diritto ad arricchire le riserve di uranio presenti nel territorio. La disponibilità da parte degli USA a discutere le richieste iraniane non implica ovviamente la loro accettazione. Washington mantiene infatti proprie condizioni, tra cui la rinuncia iraniana al nucleare. Il rischio è che entrambe le parti restino ferme sulle rispettive posizioni, portando a una situazione di stallo simile a quella registrata prima dell’escalation di febbraio.

Inoltre, Teheran si dice intenzionata a continuare a riscuotere pedaggi dalle navi in transito nello Stretto di Hormuz, generando un flusso di entrate che potrebbe valere miliardi di dollari l’anno e avvantaggiandosi così di uno strumento negoziale che non aveva prima del conflitto. Gli Stati Uniti d’altro canto potrebbero fare leva su un allentamento delle sanzioni economiche in cambio di una revisione delle pretese iraniane. L’economia iraniana, già fragile prima del conflitto, ha subito ingenti danni alle infrastrutture e alle principali industrie siderurgiche e petrolchimiche. Va comunque preso in considerazione che la revoca delle sanzioni potrebbe finire con l’arricchire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, principali difensori del regime, che controllano una parte significativa dell’economia.

Ad ogni modo, entrambe le parti hanno buone ragioni per sperare che i colloqui abbiano successo. Per gli Stati Uniti, il protrarsi dele ostilità rischia di compromettere l’immagine del presidente americano e di mettere in discussione la forza militare statunitense sul piano internazionale. Ne deriva un forte interesse per Trump a giungere rapidamente a una stabilizzazione del conflitto, anche in vista del vertice con Xi Jinping in Cina, previsto per il 14 maggio. Per l’Iran, invece, una ripresa dei combattimenti avrebbe conseguenze potenzialmente catastrofiche vista la vulnerabilità dei propri asset economici agli interventi militari di Stati Uniti e Israele. Un’escalation potrebbe costringere il regime a reagire colpendo i paesi del Golfo, con effetti destabilizzanti per l’economia globale.

Photo credit: Gage Skidmore, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

Rachele Gabbin

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