sabato, Aprile 18, 2026

Perché la partecipazione degli Huthi alla guerra in Medio Oriente costituisce un rischio

La sicurezza energetica globale è minacciata anche dall’attacco delle Milizie dello Yemen ad Israele

by Rachele Gabbin

L’attacco delle milizie huthi dello Yemen ad Israele del 28 marzo solleva interrogativi sulle possibili implicazioni di un loro coinvolgimento più diretto nel conflitto (da poco soggetto ad un cessate il fuoco) dell’area del Golfo Persico.

Gli huthi sono un gruppo armato sciita che controlla ampie porzioni del territorio yemenita, inclusa la capitale Sanaa. Sono storicamente legati all’Iran e animati da una marcata ostilità nei confronti di Israele. Rientrano nel cosiddetto “Asse della Resistenza”, una rete di attori armati sostenuti da Teheran in diverse aree del Medio Oriente. Il gruppo non era finora stato direttamente coinvolto nelle ostilità, a differenza di altri membri dell’Asse, come Hezbollah in Libano o le milizie sciite attive in Iraq. Un eventuale proseguimento o intensificazione della loro partecipazione potrebbe, però, produrre conseguenze rilevanti, introducendo ulteriori elementi di complessità per Stati Uniti e Israele e incidendo sugli equilibri regionali.

La loro partecipazione alle ostilità è particolarmente delicata per ragioni geografiche e strategiche. Gli huthi controllano infatti lo stretto di Bab el Mandeb, che rappresenta un passaggio chiave per l’accesso al mar Rosso. La rilevanza di questa rotta è aumentata sensibilmente dopo la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran che ha compromesso gran parte delle esportazioni di idrocarburi dal Golfo Persico. Per far fronte a questa limitazione, una parte delle forniture energetiche viene oggi deviata via terra attraverso l’oleodotto Est-Ovest, che attraversa l’Arabia Saudita collegando il Golfo al mar Rosso. Tuttavia, si tratta di una soluzione parziale, poiché la capacità dell’infrastruttura non è sufficiente a compensare il traffico marittimo originario. In questo contesto, il controllo degli huthi su Bab el Mandeb assume un peso decisivo.

Se gli huthi ostacolassero il transito nello stretto, la capacità di esportare combustibili fossili da parte dei paesi del Golfo si ridurrebbe drasticamente, andando così ad incidere nuovamente sui mercati energetici globali. Resta comunque incerto se la milizia sceglierà di percorrere questa strada, anche alla luce del modo in cui ha gestito situazioni di ostilità nel passato. Negli ultimi anni il gruppo ha mostrato una certa flessibilità strategica: nel maggio 2025 ha accettato un cessate il fuoco con gli Stati Uniti, mediato dall’Oman e ha limitato gli attacchi contro le navi statunitensi nel mar Rosso, pur continuando le operazioni contro Israele. Successivamente, ha esteso la tregua anche a Israele quando Tel Aviv ha sospeso i bombardamenti su Gaza.

Al momento non è chiaro perché gli huthi abbiano deciso di esporsi e lanciare il loro primo attacco missilistico contro Israele. Le loro prossime mosse aiuteranno a capire quanto sarà intensa la loro partecipazione al conflitto. Il fatto che il bersaglio sia stato Israele, e non le navi in transito nel mar Rosso, potrebbe indicare un coinvolgimento ancora limitato. In questa fase gli huthi sembrano muoversi con cautela, anche perché il mar Rosso è una rotta cruciale non solo per i paesi del Golfo ma anche per altri attori, tra cui la Russia, alleata dell’Iran. Di conseguenza, è plausibile che, qualora gli attacchi dovessero proseguire, il gruppo scelga inizialmente di concentrarsi su Israele, riservando un’eventuale interruzione delle rotte nel mar Rosso come opzione estrema.

 

Rachele Gabbin

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