sabato, Aprile 18, 2026

Il dilemma libanese di “Bibi”

Dopo il fallimento dei negoziati a Islamabad, il primo ministro israeliano cerca di portare avanti i suoi obiettivi bellici radicali senza compromettere i rapporti con Washington

by Rachele Gabbin

Benjamin Netanyahu si trova in una posizione difficile: il nuovo cessate il fuoco con l’Iran non rientrava nei suoi piani e lo costringe ora a ridefinire le prossime mosse nel conflitto. Le opzioni restano molteplici, tra il mantenimento della pressione militare, il ricorso alla diplomazia statunitense e, in ultima istanza, la possibilità di agire unilateralmente.

Per Netanyahu, l’ingresso nelle ostilità era sin dall’inizio finalizzato alla completa eliminazione della “minaccia esistenziale” rappresentata da Teheran, a partire dal programma nucleare. Un altro obiettivo cruciale era quello di creare le condizioni per una mobilitazione interna contro il governo iraniano. Il nuovo accordo di cessate il fuoco obbliga Tel Aviv a rivedere la sua strategia, seppure temporaneamente.

L’alleanza con gli Stati Uniti sembra, tuttavia, configurarsi come priorità per Israele. Questo è quanto emerge dalle dichiarazioni di Yaakov Amidror, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu: “Da quando Donald Trump è stato eletto, ogni volta che è possibile ci coordiniamo con gli americani. Per ora, il prezzo da pagare è stato interrompere gli attacchi all’Iran. Ma per noi, restare al fianco degli americani era più importante che agire da soli”.

Un elemento che ha generato tensioni tra Israele e Stati Uniti, però, ci sarebbe e riguarda la prosecuzione delle operazioni militari israeliane in Libano anche dopo il cessate il fuoco. Nella scorsa settimana, Tel Aviv ha intensificato le attività nel Paese colpendo circa 100 obiettivi in meno di dieci minuti e provocando oltre 300 vittime. Si tratta di uno dei bombardamenti più letali degli ultimi anni nella storia del Libano. Secondo alcuni osservatori, questi attacchi rientrerebbero in una strategia israeliana volta a ostacolare i negoziati tra Washington e Teheran. L’Iran considera, infatti, condizione necessaria per l’efficacia di qualsiasi trattativa anche la cessazione delle ostilità in Libano.

Netanyahu ha comunque annunciato un ridimensionamento delle operazioni militari a seguito delle pressioni di Washington. Nel frattempo, Israele ha continuato la sua offensiva nel sud del Libano con l’obiettivo di respingere Hezbollah oltre il fiume Litani, considerato una linea di sicurezza tra le due aree. Queste operazioni rischiano di violare condizioni irremovibili per il governo iraniano.

Per quanto riguarda la possibilità che Israele prosegua nel conflitto in modo autonomo, molto dipende da cosa seguirà il fallimento dei colloqui a Islamabad. Il cessate il fuoco rimane teoricamente efficace per un’altra settimana, ma le dinamiche del conflitto sono destinate ad evolversi molto rapidamente. Per Netanyahu era centrale che Washington giungesse a un accordo con Teheran sui programmi nucleari e missilistici, senza tuttavia revocare le sanzioni economiche al Paese. Le autorità israeliane avevano, d’altro canto, già espresso preoccupazione per un possibile fallimento dei negoziati dovuto all’ inesperienza degli interlocutori statunitensi, tra cui il vicepresidente JD Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner.

Nel frattempo, Libano e Israele si sono accordati per incontrarsi la prossima settimana a Washington. Secondo le informazioni disponibili, Netanyahu avrebbe incaricato il proprio team di avviare negoziati con il Libano per il disarmo di Hezbollah. Israele ha comunque già messo le mani avanti e affermato che non discuterà un armistizio con la milizia sciita.

Photo credit: UK Government, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons

Rachele Gabbin

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