sabato, Aprile 18, 2026

L’impatto del cessate il fuoco sull’economia internazionale

Mentre i mercati energetici contano i danni della "Terza Guerra del Golfo", il nuovo blocco navale di Trump minaccia di far deragliare definitivamente la crescita globale

by Rachele Gabbin

Una delle principali condizioni del cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran, annunciato l’8 aprile da Donald Trump, riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’operazione è stata motivo di sollievo per gli operatori del settore energetico, oltre che per le principali economie globali. Questo perché, per quasi sei settimane, il 15% della produzione mondiale di petrolio e un quinto di quella di gas naturale liquefatto (GNL) sono rimasti intrappolati nel blocco iraniano.

Prima che Trump annunciasse l’avvenuto accordo con l’Iran i mercati apparivano sempre più sotto pressione. Il West Texas Intermediate (WTI), il benchmark americano solitamente più economico del Brent (il principale riferimento globale per il petrolio) è stato scambiato a prezzi superiori per gran parte del mese, indicando una corsa degli acquirenti a garantirsi forniture sicure. In seguito alla riapertura dello stretto, il prezzo del Brent è poi sceso del 12%, passando da 103 a 91 dollari al barile. Anche il prezzo del gas in Europa ha subito forti oscillazioni, arrivando a perdere fino al 17% in un breve arco di tempo.

Nonostante il parziale recupero, il ritorno alla stabilità appare tutt’altro che immediato. Anche nel caso in cui il fragile accordo tra Stati Uniti ed Iran avesse successo, i mercati energetici avranno bisogno di tempo per assestarsi. Il petrolio è ancora più caro del 30% rispetto a prima della guerra; il gas del 40%. A pesare sono anche i danni alle infrastrutture e il rischio, tutt’altro che remoto, di una ripresa delle ostilità o di nuovi blocchi. I mercati porteranno le cicatrici della così detta “Terza Guerra del Golfo” per molto tempo.

Nel frattempo, una delle priorità operative riguarda lo smaltimento del traffico marittimo rimasto fermo nel Golfo. Al momento si contano 187 petroliere bloccate, cariche di 172 milioni di barili di greggio e prodotti raffinati. A queste si aggiungono 15 navi cisterna di GNL e 41 imbarcazioni che trasportano circa 1,9 milioni di tonnellate di fertilizzanti. Considerando anche le navi cargo e le altre navi da rinfusa, il totale delle imbarcazioni ferme supera le 700 unità.

In questo quadro, ad ogni modo, l’apertura dello stretto resta contingente alla volontà di entrambe le parti coinvolte nel conflitto di permettere le rotte commerciali. Anche gli Stati Uniti possono risultare un ostacolo in questo senso. In seguito del fallimento dei negoziati a Islamabad, infatti, il presidente Trump ha annunciato un nuovo blocco navale dello Stretto di Hormuz. La misura, entrata in vigore il 13 aprile, prevede l’intercettazione delle navi dirette da e verso i porti iraniani e ha di fatto riportato a una paralisi del traffico marittimo nella regione.

Le ripercussioni della crisi si estendono anche ad altri mercati delle materie prime. Le infrastrutture di gas risultano infatti ancora più complesse da riattivare rispetto ai giacimenti petroliferi: l’impianto di esportazione di Ras Laffan, in Qatar, ha subito una riduzione del 17% della capacità a seguito di un attacco con droni e richiederà diversi anni prima di tornare pienamente operativo. Parallelamente, la scarsità di fertilizzanti ha già inciso negativamente sulla stagione delle semine nell’emisfero settentrionale e in alcune regioni africane, riducendo la disponibilità alimentare e aggravando l’insicurezza alimentare globale. Anche le catene di approvvigionamento di prodotti petrolchimici, elio e alluminio necessiteranno di tempo per ristabilire condizioni di normalità.

L’impatto economico complessivo si tradurrà presumibilmente in un rallentamento della crescita globale e in una pressione al rialzo sull’inflazione. Le banche centrali potrebbero mantenere i tassi di interesse su livelli leggermente più elevati rispetto alle previsioni, mentre i rendimenti per gli investitori risulteranno più contenuti. Le imprese, dal canto loro, manifestano crescenti timori per la sicurezza delle catene di approvvigionamento, già sottoposte a diversi stress quali la pandemia di COVID-19, l’invasione russa dell’Ucraina, e i dazi statunitensi.

Nel settore energetico emerge tuttavia anche una riflessione di più lungo periodo. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha messo in evidenza la vulnerabilità di un sistema eccessivamente dipendente da un unico snodo strategico. In questo contesto, la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento, anche alla luce degli obiettivi legati alla transizione energetica, potrebbe accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili e la ricerca di alternative al gas proveniente dal Medio Oriente.

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